Ieri... oggi, è già domani - 17 marzo 2026, 05:00

"strasciò i bal in tera" - strisciare … in maniera sommessa

Si parla di sottomissione, di "venire a Canossa" come si diceva per un "pentito" o  per uno che capiva d'avere sbagliato

"strasciò i bal in tera" - strisciare  … in maniera sommessa

C'è un detto, nella Lingua Bustocca che suona così: "strasciò i bal in tera" (stracciare con le palle per terra) - che, detto così ha poco significato. Tuttavia, ad analizzare il significato della frase, si capisce quant'è alto, il valore etimologico di quelle parole. Si parla di sottomissione, di "venire a Canossa" come si diceva per un "pentito" o  per uno che capiva d'avere sbagliato.

C'è chi, al posto di "strasciò", metto lo "strisciò" ed è bene analizzare, la differenza, fra le due parole. "Strasciò" vuol dire stracciare, rompere, come si fa (ad esempio) con un foglio di carta, o con un cencio, liso e sdrucito. Invece, "strisciò" significa "strisciare", fare attrito col terreno, tentare di avanzare con …. la forza dell'inerzia, di farcela a ogni costo, superando la forza contraria.

Con entrambi i termini (che mi ha suggerito il mio amico Erminio Luraschi, (noto panettiere di Busto Arsizio e amante del Dialetto Bustocco da strada), si capisce benissimo, la difficoltà dell'azione. Si passa dal "dispiacere sommesso" al tentativo di giungere a uno scopo che, a priori, sembrava irraggiungibile, ma che è possibile ottenere, con volontà, abnegazione, voglia di superare la "sofferenza", il "patimento" l'angoscia, per un anelito a cui giungere a ogni costo.

Quando si soccombe troppo, si arriva a "strasciò i bal in tera", irrimediabilmente, ed è quasi una sterile "invocazione". Come per raggiungere a un traguardo, avendo poche forze in corpo, ma pure (ed è lodevole) impegnarsi sino "all'ultimo respiro" per giungere a capo di una situazione statica.

Soffrire -insomma- per via che la vita, regala nulla. Ben differente dallo "strisciare" per soccombere o, per ottenere qualcosa di immeritato. Eccolo, il "senso buono" dello "strasciò" o dello "strisciò" ed è dedicato alla "voglia matta" di giungere ad un meritato traguardo.

Stavolta è Giusepèn che manifesta la sua curiosità: "l'eu sentì, tanci àn fò, poeu lu ragordu pu" (l'avevo sentito tanti anni fa, poi me lo sono scordato) ed è ciò che succede, nel Dialetto Bustocco da strada, che si recita e non si scrive e, chi l'ha scritto, temerario, sa bene che, un conto è viverlo, il Dialetto e, un altro conto è …. sentirlo, ma non ascoltarlo. Cioè a dire, "sentire una parlata", e non mettere la giusta riflessione su di essa. Invece, "ascoltare" è farsi carico della curiosità di cogliere il giusto significato. L'esempio che mi propone Giusepèn è singolare e gustoso. Dire a uno "perdabàl" non è che si vuole tradurre in "hai perso le palle", la tua grinta, la tua riflessione, la voglia di portare avanti un convincimento. Il "perdabàl" è colui che butta ciance al vento, senza costrutto e senza valore. E, senza personalità.

C'è pure il "balabiutu" che non è quello che "danza ignudo", ma è semplicemente chi millanta ogni ordine e grado della buona creanza. Quindi, mentre a "strasciò" o a "strisciò" nei confronti di altri, si fa la figura del debole, si deve anteporre "a bona rasòn" (la buona ragione), per sostenere un monito, un credo, la propria opinione.

Differente il discorre per i "senza cuiuni" (senza testicoli), da valorizzare, non in senso letterale, ma semplicemente, da considerare in senso metafisico. Di solito, ai coraggiosi, a coloro che si assumono la responsabilità su quanto asseriscono, si dice "chèl lì al gò i bal d'azòl" (quello lì, ha le palle d'acciaio), non certo per effetto della "chirurgia estetica", ma per la competenza, l'intelligenza, con cui sostiene le proprie convinzioni.

Giusepèn sta ancora riflettendo sullo "strasciò" e sullo "strisciò" e pone un …. sorriso riflessivo, del tipo "ghe sempar da imprendi e da eghi non pagua" (c'è sempre da imparare e mai avere paura di conoscere) - come quella barzelleta che dice: "meglio manifestarsi per quello che si è e non dare d'intendere di non essere un cretino che, appena si apre bocca, lo si dimostra di essere".

 

Gianluigi Marcora

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