Ieri... oggi, è già domani - 26 gennaio 2026, 06:40

“làa radila” - “deve pagarla”

Quando s'infuria un mite tira brutta aria, che equivale a dire: “si salvi chi può”...

“làa radila” - “deve pagarla”

Quando s'infuria un mite "l'è aria grama" (tira brutta aria) che equivale a dire: "si salvi chi può". Giusepèn lo dà a vedere, quando ascolta qualcosa di sconveniente. Oppure, quando è inaudito un semplice comportamento. Ce l'ha, Giusepèn, con certe notizie odierne che non sto a raccontare. Riguardano la Politica, le guerre, le carestie, le colpe banali, ma crudeli, di cui si macchia l'uomo e la modernità. Sentire che un ragazzo di 18 anni, uccide col coltello da cucina, un suo coetaneo a Scuola o la "sparizione" di un 14enne senza alcun preavviso o assistere a un pestaggio con la "banda dei giovani", di certo non c'è di che riflettere.

Col suo "làa radila" (deve pagarla), Giusepèn si carica addosso, la responsabilità di una persona matura. Vorrebbe che il "reo", colui che commette un reato, abbia, non solo a pentirsi, ma deve pagare il fio delle proprie irregolarità cognitive che sconfinano con la violenza.

Qui, Giusepèn, tocca con mano i "suoi tempi" - c'era maggior spazio, per il raggiro, per vedere turlupinare le persone oneste, per utilizzare quelle esperienze negative, per dire che anche all'epoca, esisteva il "male" e c'era chi se ne approfittava.

C'è tuttavia, un'esperienza personale che "mette il guardia" come i facili-buonisti si vendicavano con scaltrezza, circa la bontà di chi conoscevano o che "bazzicavano" giornalmente - ricordo che si era in "seconda commerciale" (12-13 anni) e si frequentavano le Scuole "De Amicis" a Busto Arsizio. Giocando, se ne combinavano "di cotte e di crude" sino ad essere "scemi" per dabbenaggine e non certo per calcolo. Quel giorno d'inverno, un freddo-cane, coi cappotti "stesi" fuori di classe, c'era chi andava a recuperare cappelli, per poi cambiarli di posto, dai rispettivi cappotti. Al suono della campanella, tutti, si recuperava i rispettivi indumenti, per poi tornare a casa. Coi cappelli "mischiati", fuori posto, l'uno sul paletot (parola francese, portata a Busto Arsizio, dai Liguri) di un compagno di classe, cominciava a dire "non è mio" e, prima di arrivare a capo della propria proprietà, c'era quasi un parapiglia confusionario che, da una parte, suscitava ilarità, ma in buona sostanza, a qualcuno girava le scatole.

Fin qui, tutto a posto. C'era il "bidello" (che oggi si chiama "operatore di classe") a sollecitare gli scambi e finalmente, si riusciva a trovare l'ordine delle cose.  E' bastato l'esempio, per "inventare" un gioco-scemo che per taluni giorni, imperava. I ragazzi (la quasi totalità), andavano a Scuola in bicicletta e, per almeno un'ora c'era un "incrocio" e un "via-vai" di "due ruote" sia per le "De Amicis" sia con altri Studenti di altre Scuole. Ogni tanto (beh, dovrei dire "quasi sempre") uno si avvicinava a un altro, gli strappava il cappello dal cranio, produceva un allungo con la bici, mentre l'altro, lo inseguiva, ovviamente per riprendere il proprio cappello.

L'ho scritto: gioco-scemo senza secondi fine. E tutto si riduceva in una risata, con pace immediata tra birichini. Confesso, anch'io ho provato a stare dalla parte dell'attentatore e dalla parte di chi subiva. Quel giorno, qualcosa è andato storto. Davanti a me c'era Gorletta (poverino, non c'è più - ne parlo per rinverdire la sua memoria) ed io gli piombo addosso con lo scatto di Maspes (campione Pistard dell'epoca) e gli strappo il cappello dal cranio. Lui ride un po' e rido anch'io. Fa uno scatto alla "Gaiardoni" (altro Campione Pistard dell'epoca) e quasi mi raggiunge. So che gli porgo il suo cappello  e lui non lo piglia al volo. Il cappello cade per terra. Basta poco (per lui) chinarsi a prenderlo; io sono già avanti. Lo sento dire: "raccoglilo, altrimenti te lo faccio pagare". Me ne vado, pensando alla "sparata-minaccia", pensando che tutto sarebbe finito lì. Invece, nel pomeriggio, Gorletta, accompagnato dalla mamma, arrivano a casa mia. Conciliabolo tra le due donne e, vedo mamma cambiare sorriso. Gorletta e mamma se ne vanno e la mia Pierina dirmi secca "te a radila" (devi pagarla) - Gorletta mi aveva accusato d'avergli "rubato il cappello" e di non averglielo restituito. Per me, un'accusa infamante e mamma, rattristata oltre ogni dire.

Si, mi aveva sculacciato. Ho tentato di dirle che non avevo "rubato il cappello", ma avevamo scherzato, Gorletta ed io. Mamma non ha voluto sentire ragioni. Ha solo aggiunto (dopo una sonora sculacciata) "la ma fèi pagò ul capèl nou che ti te ghe rubò al so fieu" - la mamma di Gorletta (mi ha fatto pagare il costo del cappello che tu hai rubato a suo figlio) - non mi sono difeso. Era falso e lui, lo sapeva. Avevo fatto pessima figura, nei confronti della sua e della mia mamma. E ciò non potevo sopportarlo. Alla "certezza della pena", ero abituato. Alla calunnia e, alla bugia, no. Mamma lo riferì al babbo ed io, a capo chino, ho "affrontato" la sua delusione.

So che lo scherno l'ho patito anche a Scuola, anche se a molti miei compagni risultava impossibile che io avessi dovuto macchiarmi di quella colpa. So che, per alcune settimane di quell'inverno, per quattro o cinque volte, Gorletta denunciava alla Preside, Donna Diamante Volpato, che "qualcuno, mi ha rubato il cappello". Ovvio che l'indiziato ero io, ma non avevo bisogno di "alibi" per dimostrare la mia innocenza.

Si seppe a Scuola terminata per "confessione" di chi-coloro avevano eseguito il "furto" e dissero chiaramente alla Preside, chi erano i "colpevoli" e, dopo accurato "interrogatorio" si comprese la mia innocenza. Ci fu (da parte della Preside), una certa "titubanza", ma alla fine, pure lei, …. comprese" - Giusepèn sta sorridendo!

Gianluigi Marcora

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