Opinioni - 05 gennaio 2026, 21:23

Crans-Montana, è il tempo del lutto e del silenzio. Quei ragazzi stavano accogliendo il futuro: non tradiamoli ancora

Il dolore e la compassione devono unirci tutti, invece abbiamo visto troppi vuoti moralisti parlare a vanvera, persino davanti ai feretri. La mamma di Arthur che ha detto "Mio figlio è partito per fare festa in Paradiso, ora comincia il nostro lutto": chi ha da criticare, guardi negli occhi lei e ogni vittima, ogni genitore. E sia adulto, tacendo

foto Adnkronos

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Adesso è il momento del lutto, per i giovani che più non sono, come ci grida l'arrivo dei feretri nel nostro Paese e non solo. Per i ragazzi che sono partiti a fare la festa in Paradiso, per usare le parole di una delle mamme che abbiamo ascoltato con rispetto e pietà in questi giorni. Laetitia ha colpito molti con la determinazione prima nel ricercare il suo Arthur disperso («Una madre deve essere al fianco di suo figlio, vivo o morto. Deve sapere), poi nell’annunciare il tempo del silenzio: «Ora possiamo cominciare il nostro lutto, sapendo che è in pace nella luce».

Il silenzio di fronte ai 40 giovani, molti giovanissimi – lo stesso Arthur avrebbe compiuto 17 anni a febbraio – che hanno perso la vita nell’incendio di Crans-Montana. Ma anche per coloro che stanno lottando nei letti di ospedale: 116 feriti. E quelli che sono riusciti a fuggire, che non hanno riportato conseguenze fisiche: per loro sarà durissima comunque superare questa tragedia. 

Ferite nel corpo e nell'anima, che dovrebberozittire chiunque.

Eppure sui social e non solo si sentono tuttora tante scemenze, tanti giudizi assurdi nei confronti di giovani (e famiglie) che non hanno fatto nulla di male. Di tante, o forse solo troppe, persone che non si ricordano cosa significhi essere ragazzi. E che non dimostrano di essere nemmeno molto adulte.

In questi giorni, mi scorrevano davanti alcuni ricordi personale, tra il sorriso e le lacrime. Penso alle piccole ribellioni di cui i miei non erano a conoscenza. Tipo l’autostop nel cuore della notte con la mia amica in Grecia o il ritorno a piedi attraverso i boschi, sempre nell’oscurità, con un latrare selvaggio in giro e un nostro amico che raccoglieva pietre nel caso in cui qualche creatura ci avesse attaccato. Papà e mamma sapevano benissimo, invece, che avrei bevuto, con giudizio, vino o cocktail, perché fin da piccoli si era abituati a condividere un bicchiere a tavola. 

Il cellulare ancora doveva venire al mondo platealmente: l’avessi avuto, avrei probabilmente filmato questi e altri momenti. 

Ho viaggiato tra alcune mie memorie per tentare di tenere a bada un poco i sentimenti di dolore che mi divorano da qualche giorno. 

 Vorrei chiudere gli occhi su Crans-Montana e fuggire con la mente via da quelle scene tragiche. Non posso, per lavoro, perché devo documentarmi e ciò fa sì che io non dorma un granché da Capodanno. 

Il dolore unisce tutti, o così dovrebbe. Scardina i confini, ma non quelli del perbenismo con tutte le sue apparenze, dell’ipocrisia, del moralismo tanto sfoggiato quanto sfilacciato.

Dovrebbe essere pleonastico, lo è, affermare: quei ragazzi, intrappolati nel locale Le Constellation, non sono colpevoli, né i loro genitori. Sono vittime e solo vittime.  

Perché riversare giudizi assurdi su una generazione, catalogata con superficialità che tutto è tranne che da adulti.

Forse non sono la maggioranza, quei giudizi, fanno appunto solo più rumore come spesso accade, su ogni tema. Ma alzano il volume anche del dolore.

Non esistono “i ragazzi”. Esistono il volto, la storia, la paura e il coraggio (spesso uniti) di ciascuno. Esistono i ragazzi che sono fuggiti (magari rientrando per salvare un amico o la ragazza o ancora perfetti sconosciuti) oppure hanno provato a fuggire e quelli che si sono fermati un attimo in più a filmare, inconsci del pericolo reale o per un istinto che non siamo nessuno per giudicare. A maggior ragione noi adulti – e ci atteniamo a nostra volta a una generica classificazione per la legge del contrappasso-, che teniamo il telefono incollato a ogni istante della nostra vita.

Noi adulti, che sicuramente quando entriamo in un bar o in un ristorante, per prima cosa verifichiamo se ci siano estintori o uscite di sicurezza, come no. Che abbiamo bombardato il cambio dell’anno con la solita sequenza infinita di botti, senz'altro attenendoci a tutte le regole nel luogo dove eravamo e preoccupandoci molto degli anziani, dei fragili e delle bestiole che potevano risentirne. Ma pontifichiamo sulle bottiglie con le candele scintillanti, abitudine non di un solo locale.

Noi adulti e “loro ragazzi”.

Ognuno di quei ragazzi, meritava una sola cosa: vivere. Avere un futuro in cui plasmare il proprio talento, le proprie relazioni, le proprie passioni. Si trovavano in un posto che ritenevano sicuro appunto, molti a pochi passi dalle loro famiglie che a loro volta li credevano al futuro, proprio per questa ragione: per accogliere il futuro.

Allora, chi ha tanto da parlare, ancora, riguardi negli occhi mamma Laetitia. Osservi la foto del suo Arthur, il cui ultimo messaggio alla mamma è stato: ti voglio bene. 

Guardi i visi di Sofia, Emanuele, Giovanni, Achille, Chiara, Riccardo e di tutte le vittime, di ogni Paese. Ciascuno di quei ragazzi che oggi dovrebbero essere con le loro famiglie, i loro amici, pronti a tornare a scuola o ai primi lavori. 

Non ci sono più, perché sono stati traditi. Non certo da se stessi, non certo dai loro cari, ma da persone le cui responsabilità dovranno essere stabilite con accuratezza dalla giustizia e che dovranno pagare per questo. Anche se non esiste prezzo per una, tante vite distrutte.

Non tradiamoli anche noi. Diamo loro uno dei pochi insegnamenti che servono davvero nel percorso della nostra esistenza, piantiamola con i giudizi. Gli adulti sono tali quando si fanno delle domande: quando sparano preconfezionate e pompose risposte, si comportano da mocciosi. Gli adulti, capiscono anche quando bisogna tacere. 

Marilena Lualdi

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