Busto Arsizio - 29 ottobre 2026, 14:59

VIDEO e FOTO. «L’odio è un carcere senza sbarre»: a Busto Arsizio lo storico abbraccio tra il cugino del giudice Livatino e i suoi assassini

Nell’aula Falcone e Borsellino del tribunale cittadino, alla presenza dell’arcivescovo Delpini, si è compiuto un cammino di giustizia riparativa senza precedenti, reso possibile da don David Riboldi: il perdono cristiano spezza trentasei anni di rancore e apre alla speranza. Commovente abbraccio tra Salvatore Insenga, cugino del magistrato, e Paolo Amico e Salvatore Calafato, condannati per l'omicidio del beato

L’aula Falcone e Borsellino del tribunale di Busto Arsizio è abituata al rigore formale dei codici, al peso dei verdetti pronunciati in nome del popolo italiano e alla distanza che separa chi giudica da chi viene giudicato. Nella mattinata di oggi, giovedì 29 ottobre, quello stesso spazio istituzionale ha fatto da scenario a un evento inedito per la storia giudiziaria e civile del nostro Paese: il primo confronto pubblico, lungo i binari della giustizia riparativa, tra i responsabili dell’agguato mortale al beato Rosario Livatino e l’unico discendente in linea diretta del magistrato, il cugino Salvatore Insenga.

A promuovere e sostenere l’iniziativa sono state realtà che da tempo operano sui temi del reinserimento e del dialogo, tra cui l’associazione La Valle di Ezechiele fondata dal cappellano del carcere di Busto don David Riboldi, il Centro Incontra di Bergamo con i suoi mediatori e l’Azione Cattolica Ambrosiana, guidata dal giornalista Gianni Borsa che ha moderato gli interventi. Significativa e densa di valore pastorale la presenza dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, tornato nel tribunale bustese dove già due anni prima aveva benedetto l’icona di Livatino, proclamato dalla Chiesa patrono dei magistrati italiani.

Al centro dei banchi sedevano Paolo Amico e Salvatore Calafato, che stanno scontando la loro condanna per quel delitto compiuto il 21 settembre 1990 lungo la statale tra Canicattì e Agrigento, riconosciuto in sede canonica come martirio in odio alla fede. Accanto a loro, Salvatore Insenga, che dell'allora giovane giudice conserva la memoria viva e fraterna.

La testimonianza di Insenga ha toccato corde profondissime, ripercorrendo l'abisso aperto da quell'assassinio quando lui aveva appena vent'anni. Un dramma consumato lontano dai riflettori, nel silenzio della propria abitazione, dove gli zii e sua madre, madrina di battesimo di Rosario, vissero un lutto straziante. «Vi ho odiati con tutto il cuore», ha confessato Insenga guardando direttamente chi partecipò o fu mandante di quell'agguato, spiegando come ci siano voluti ben ventotto anni di preghiera, di scavo nella coscienza e di dolorosa revisione interiore per giungere alla decisione di perdonare, a prescindere dal pentimento altrui. «L’odio è un carcere senza sbarre», ha scandito Insenga, spiegando che si tratta di una prigione interiore nella quale ci si rinchiude da soli, senza guardie né giudici di sorveglianza, e dalla quale si può uscire solo deponendo il risentimento. Ricordando come Livatino stesso abbia perdonato nell'istante stesso del proprio sacrificio, Insenga ha espresso il desiderio di ritrovarsi un giorno tutti insieme a Canicattì, nel luogo dell'eccidio e nella chiesa di Santa Chiara, per ribadire a una comunità ancora ferita che nessun colpo di pistola può avere l'ultima parola e che l'odio non ripaga mai.

Visibilmente provato Paolo Amico, che ha descritto l'impatto emotivo di varcare la soglia di un'aula di giustizia (dedicata, tra l'altro, ai due giudici che furono tra i primi a giungere sul luogo dell'omicidio) non per ascoltare un capo d'accusa o una sentenza, ma per testimoniare un cammino umano di trasformazione. Amico ha ripercorso la parabola di un giovane cresciuto troppo in fretta e male, traviato da logiche criminali, e ha ricordato la svolta interiore maturata negli anni, culminata nel momento in cui ha potuto sostare davanti alla camicia insanguinata del magistrato. Rivolgendosi direttamente al cugino del giudice, Amico ha chiesto perdono con voce rotta, affermando di avvertire ormai la figura del beato Livatino come una presenza costante e percependo su di sé una vera e propria carezza di misericordia.

Dello stesso tenore il contributo di Salvatore Calafato, che ha rievocato l'illusione giovanile legata al potere mafioso e il disorientamento che ne derivò, fino alla presa di coscienza del male arrecato allo Stato, ai cittadini e alle famiglie delle vittime. Calafato ha voluto lanciare un monito chiaro alle nuove generazioni, esortando i giovani a trovare nei banchi di scuola, nei libri e nei loro professori i veri punti di riferimento, rispettando le istituzioni e i genitori, e allontanandosi tempestivamente da cattive compagnie che imboccano strade deviate.

Nel corso della mattinata ha preso la parola anche monsignor Mario Delpini, che ha invitato a riflettere sul significato della santità laicale e professionale incarnata da Livatino, il quale seppe coniugare la fedeltà alla legge con un profondo senso cristiano del dovere. L'arcivescovo ha evidenziato come il sistema penale non debba mai limitarsi alla sola retribuzione del castigo, che rischia di cristallizzare il male nel passato, ma debba farsi carico di percorsi capaci di promuovere il ravvedimento e la riconciliazione. Nessun individuo può essere ridotto esclusivamente al delitto che ha commesso, ha sottolineato il presule, ribadendo che la giustizia più alta è quella che sa restituire le persone alla comunità attraverso la verità e la pace.

Don David Riboldi ha voluto rimarcare come la lunghezza e la fatica di questo tragitto testimonino l'autenticità di un cambiamento che non si improvvisa dall'oggi al domani. Il carcere, ha ricordato il sacerdote, deve poter generare percorsi di rigenerazione e non rimanere soltanto un luogo di contenimento. Tra i banchi solitamente occupati da pm, avvocati, testimoni e imputati, sedevano le più alte cariche istituzionali locali, a partire dal prefetto di Varese Salvatore Pasquariello, e, in rappresentanza del Comune di Busto, il sindaco Emanuele Antonelli, il suo vice Luca Folegani e la presidente del consiglio comunale Laura Rogora. Al loro fianco anche la prima cittadina di Castellanza, Cristina Borroni.

L'incontro si è concluso con la benedizione impartita dall'arcivescovo Delpini sull'aula e su tutti coloro che quotidianamente vi operano. Un momento sobrio, privo di spettacolarizzazioni, che lascia alla città di Busto Arsizio la testimonianza tangibile di una ferita pubblica che ha iniziato a rimarginarsi attraverso il coraggio del dialogo.

Le parole del cugino di Livatino, Salvatore Insenga

Le parole di don David Riboldi

Giovanni Ferrario