La città di superficie ma anche quella sotterranea, delle fogne: il fulcro della visita a Vienna di Paolo Castelli, esperto di cinema, docente all’Icma e al Politecnico, volto storico del Baff, è stato inconsueto, come di consueto. Un’esplorazione dei luoghi in cui si respira cinema. Perché ci sono stati girati sequenze o interi film, perché ci sono proiezioni, magari all’aperto e su schermi fuori misura, perché si segue e si studia la settima arte.
«Fisicamente, sono partito dall’Hotel Josefine, un esempio formidabile di art déco. Grazie a un colpo di fortuna ho potuto alloggiare lì, in quello che sarebbe un set ideale. La chicca? L’albergo mette a disposizione degli ospiti una fonoteca con 3.000 vinili di ogni genere: classica, pop, jazz... Dal punto di vista cinematografico, invece, ho incominciato il mio viaggio inseguendo “Il terzo uomo”». Un pedinamento impegnativo: «Tra quello e i musei, il contapassi dice che ho percorso circa 10 chilometri al giorno».
Castelli tipicamente crea un mix composto da tour organizzati per appassionati e itinerari messi a punto personalmente, con consultazioni che variano dall’intelligenza artificiale alle pubblicazioni più classiche (QUI la sua Parigi). Nel caso de "Il terzo uomo", noir firmato da Carol Reed (nel cast, Alida Valli e un cinico Orson Wells) ha messo insieme un giro in superficie («…i selciati furono bagnati ad arte per ottenere un bianco e nero più lucido oltre che, come dire, scivoloso») e sottoterra («…alcune delle sequenze più memorabili avvengono nelle fogne»).
La Vienna riscoperta da Castelli è fatta da titoli più o meno noti, da classici in costume (quelli dedicati alla “principessa Sissy”) a film a basso costo dalla quasi inaspettata fortuna («“Before sunrise”, diretto nel 1995 da Richard Linklater: un giovane squattrinato passa la notte aggirandosi per la città con una ragazza appena conosciuta. Si lasciano senza essersi scambiati numeri di telefono o indirizzi. Il regista ha portato sul grande schermo un episodio realmente capitatogli, sperando di ritrovare la compagna di una notte, scoprendone la scomparsa a distanza di tempo»).
E poi “Il portiere di notte”, “Amadeus”, “La pianista” di Michael Haneke: «Ho avuto modo di parlare con un direttore della fotografia, Franz Dude. Che ha studiato con Haneke. Mi ha un po’ spiazzato: pare che il regista de “Il nastro bianco”, autore che inquieta, sia un docente allegro e vivace, dalla battuta pronta». Castelli snocciola titoli e nomi, da epoche differenti: Erich Von Stroheim, “Woman in gold” (con Ellen Mirren), “Lettera a una sconosciuta” e “La ronde” di Max Ophüls, il secondo tratto da un’opera di Arthur Schnitzler, film incentrati su Freud e Jung, biopic dedicati a Klimt e Schiele. Ancora, gli “austriaci da esportazione” Otto Preminger e Fritz Lang, gli austro-ungarici per nascita Georg Wilhelm Pabst e Billy Wilder.
«Al di là degli elenchi, Vienna ha proprio un “sistema cinema”» sottolinea l’esperto, da sempre convinto delle potenzialità presenti nel piccolo ma completo “sistema Busto”, tra sale, cineforum, formazione, festival e possibilità di girare. «Certo, se a Busto abbiamo una bella rassegna estiva a Villa Calcaterra, la capitale austriaca può contare, fra l’altro, sul Filmfestival di Rathausplatz, con uno schermo di 300 metri quadrati, oltre che sulle proiezioni che avvengono al Kino Am Dach, sul tetto della Biblioteca centrale. Le sale storiche non mancano, come le pubblicazioni dedicate. Ne ho portata a casa una particolarmente bella e completa, a dispetto del prezzo accessibile. C’è poi un’Accademia del cinema: pochi studenti, tanti film, professori come Haneke».
Souvenir? «A parte il libro sui cinema storici, una foto di gruppo, l’ho trovata affascinante. Siamo alla fine degli anni Venti del Novecento (gli stessi in cui si avviava l'ascesa di Hitler, vissuto in Austria fino al 1913, Ndr). Da alcuni dettagli quella ritratta potrebbe essere una famiglia ebrea. Non ho certezze, di sicuro si trattava di persone che stavano per vivere sconvolgimenti inimmaginabili al momento dello scatto».