"Tuscoss, tuscossi 'ncumenciàn e tuscossi i van a finì" (tutto, tutto ha un inizio e tutto va a finire). Quando vedo Giusepèn che si immalinconisce, mi prende un pizzico di sconforto, ma "faccio l'attore" a non farglielo vedere. Cerco di scuoterlo. Di "buttar via" la malinconia che lo pervade. Specie lui che è "maestro" nel mitigare i ricordi o a sorvolare su argomenti che portano disdoro a qualcuno o che è "contro" …. con chi non so e con cosa, nemmeno.
Poi, Giusepèn si rifugia nell'agosto che va a finire. Nell'estate "caotica e calorica" a più non posso, coi giorni colmi di afa e "da vampòi" (vampate) di calore che hanno messo alla prova sia le Persone sia Fiumi e Mari che ci è capitato di osservare in una breve vacanza.
Giusepèn al Supermarket vede le barbabietole e subito inizia un discorso: "i rabiei i muisnan ul bambuen" e quella frase, l'ho sentita dire, pure da mio padre, quando non ero avvezzo a mangiare le verdure e mi "affogavo" nelle "patatine fritte" - quella frase "le bietole, ammorbidiscono l'intestino", mi ha fatto riflettere su un'alimentazione sana che doveva tener-conto un po' di tutto.
Giusepèn rievoca i tempi di guerra vissuti, "candu tuci eàn sitìi e tanci oelti s'andèa'n leciu senza scèna" (quando tutti erano esili e si andava a letto senza cena) - proprio "senza cena", no, testimonia Giusepèn, ma "ghèa non lardu da dogni àa gota" (non c'era lardo da dare alla micia) e, il detto era in voga per un altro motivo, che Giusepèn, illustra: "ul paesàn gurdu, al vò'n leciu senza scèna" che tradotto in Italiano è: "il contadino pretenzioso, non raccoglie più del dovuto" - ciò accadeva quando si pensava di inasprire il raccolto, quando a tutti i costi di voleva dal campo, una resa migliore e soprattutto, più copiosa, quando ci si spaccava la schiena per "portare a casa" una quantità più congrua del raccolto, senza pensare alla conseguenza del "male di schiena" o (peggio) di una slogatura di braccia, spalle e gambe.
Il "senza" (naguta) non rientrava nella mentalità Bustocca - (penso proprio che quel detto, l'hanno inventato i nostri avi) - qui va di moda "ul putostu" (il piuttosto) che, messo lì sul pratico; "mei cal guta putostu da pioei non" (meglio un temporale breve, piuttosto di non piovere) - per metterla sulla … salumeria…"s'à podu non toei a lurdaia, putostu a mangiu'l salam crùu" (se non mi è possibile acquistare le leccornie -prosciutto, ad esempio- piuttosto mangio il salame crudo).
E' questo "saggio accontentarsi" che ha sempre caratterizzato la mentalità Bustocca . Il "naguta" (nulla) non lo si accettava, ma faceva riflettere sulle eventuali sorprese, causate dalla siccità (ad esempio) a "dul ciclòn" (il ciclone che a Busto Arsizio, ha causato perfino dei morti, nei primi anni del Novecento). Adesso, Giusepèn si è un tantino "mosso" da uno stato d'animo negativo che non gli riconosco, ma lui (saggio e corretto), non sa mentire e punta subito il dito su una verità: "l'è non sempar festa - s'à podi non essi sempar cuntenti - l'è non cucogna tuci i dì" - belle frasi che stigmatizzano l'evoluzione di Giusepèn che, da "mesto e melanconico" riprende la sua personalità matura e gioiosa. Col "non è sempre festa" - "non è possibile essere sempre contenti" - "non c'è cuccagna, tutti i giorni".
Per dire che la Vita ci fa stare sempre in agguato. Ci ricorda che esiste il Bene, ma esiste pure il "male". Che non si trova a ogni piè sospinto, il bandolo della matassa. Poi, con uno slancio di "fraterno bene", Giusepèn, mi abbraccia (quanto l'ho desiderato, questo mutamento del suo umore) , quasi sottovoce, dice "sèm omàn … a cumprendàm che l'è mei 'ndò d'acordu, putostu da risiò" (siamo uomini …e comprendiamo che è meglio trovarsi d'accordo, piuttosto di litigare) e, il suo occhio, cerca la figlia Maria per ordinarle a occhi spalancati: "dam…un gutèn da Nocino" (suvvia, un gotto di Nocino" e (lo vedo) il suo cuore pompa a meraviglia, di gioia,