Economia - 19 agosto 2026, 07:00

Certificare l’impronta di carbonio, cosa significa davvero per aziende, prodotti e organizzazioni

Che cosa significa certificare l’impronta di carbonio?

Che cosa significa certificare l’impronta di carbonio? Nel linguaggio aziendale si intende, in pratica, quantificarla secondo uno standard riconosciuto — la ISO 14064-1 per le organizzazioni, la ISO 14067 per i prodotti — dichiarando perimetro, metodo e anno di riferimento, e sottoporre poi quel risultato a una verifica di terza parte quando il contesto la richiede. Il valore non sta nel numero: sta nella possibilità di ricostruirlo.

Sembra una distinzione formale. Non lo è, perché decide se un dato regge quando qualcuno lo esamina. I questionari di filiera dei clienti industriali, le richieste documentali nelle procedure di acquisto, le dichiarazioni rivolte al mercato: sono tutti contesti in cui conta la tracciabilità, non l’ordine di grandezza. Un foglio di calcolo con un totale in fondo si costruisce in tempi ragionevoli. Una rendicontazione verificabile richiede coerenza nel tempo, evidenze conservate e la disponibilità a farsi controllare.

In breve: come orientarsi prima di partire

Se la richiesta arriva da un cliente su uno specifico articolo (etichetta, capitolato, confronto tecnico tra forniture), l’oggetto è il prodotto: il riferimento è la ISO 14067, che si avvale della metodologia di Life Cycle Assessment.

Se la richiesta riguarda l’azienda nel suo insieme (rating, questionari ESG, comunicazione istituzionale, procedure di acquisto pubbliche), l’oggetto è l’organizzazione: il riferimento è la ISO 14064-1, sulla quantificazione e rendicontazione di emissioni e rimozioni di gas serra.

Se l’obiettivo dichiarato è la neutralità carbonica, esiste un riferimento dedicato, la ISO 14068-1, che tratta quantificazione, riduzione e compensazione dell’impronta.

Unità di misura. Il risultato si esprime in tonnellate di CO2 equivalente (tCO2eq), perché i gas serra rilevanti hanno effetti climatici molto diversi tra loro.

Regola pratica di scelta. Partire dal destinatario del documento, non dallo standard: è il destinatario che determina perimetro, livello di dettaglio e necessità di un esame indipendente.

Calcolare, dichiarare, verificare: tre operazioni distinte

Nel parlato corrente la parola certificazione copre tutto. Sul piano tecnico le fasi restano separate.

Calcolare significa quantificare le emissioni dei gas serra rilevanti e convertirle in CO2 equivalente applicando i parametri di conversione stabiliti dall’IPCC, con una metodologia dichiarata.

Dichiarare significa mettere per iscritto quel risultato indicando oggetto, perimetro, anno di riferimento, esclusioni e metodo. Resta un documento di responsabilità di chi lo emette.

Verificare significa che un soggetto terzo esamina dati, ipotesi ed evidenze e si esprime sulla conformità del lavoro rispetto a uno standard. La ISO 14064 dedica una parte specifica proprio ai processi di verifica e validazione.

Ne deriva una conseguenza pratica che molti scoprono tardi: l’oggetto verificato è delimitato. È l’inventario delle emissioni di un determinato esercizio, oppure l’impronta di un prodotto descritto con precisione. Non è un attributo generico dell’azienda, valido per qualunque anno e qualunque articolo di catalogo. Un caso tipico: un buyer chiede l’impronta di una referenza specifica, con anno di riferimento e perimetro dichiarati, e riceve in risposta un documento aziendale complessivo. Le due cose non si sovrappongono.

Perché la questione è sensibile? Perché un’impronta di carbonio è una somma, e una somma dipende da ciò che si decide di includere. Spostando i confini si sposta il totale senza aver ridotto una singola emissione. L’esame indipendente serve proprio a questo: rendere confrontabili numeri prodotti da organizzazioni diverse, con sistemi informativi diversi e ipotesi diverse.

Le due competenze in gioco — la contabilità delle emissioni da un lato, l’analisi del ciclo di vita dall’altro — raramente convivono nello stesso ufficio. Chi cerca supporto tecnico su entrambi i fronti, l’inventario secondo ISO 14064-1 e l’LCA che sostiene una quantificazione ISO 14067, può guardare a strutture che lavorano su questi temi in modo continuativo: STILLAB, per fare un esempio di come si sia formato un polo di competenze in Piemonte, ha sede all’Environment Park di Torino, il parco tecnologico attivo da oltre vent’anni sull’innovazione ambientale e punto di riferimento per pubbliche amministrazioni e imprese nei percorsi di sostenibilità. Il criterio di selezione, per chi si muove adesso, resta uno: capire chi conosce sia la costruzione del dato sia le regole con cui quel dato verrà esaminato.

Organizzazione e prodotto: due impronte, due logiche

La quantificazione può riguardare un’organizzazione oppure un prodotto. Entrambe rientrano nell’inquadramento delle norme ISO sui gas serra (la famiglia 14060), ma rispondono a domande differenti e richiedono materiali differenti.

L’impronta di organizzazione

È la rappresentazione, riferita a un esercizio, di un perimetro aziendale: consumi energetici, combustibili, flotta, gas refrigeranti, acquisti, logistica, rifiuti, trasferte. Il riferimento è la ISO 14064-1, che stabilisce i requisiti per quantificare e rendicontare emissioni e rimozioni di gas serra a livello di organizzazione. La norma aiuta a includere le emissioni dirette e quelle indirette da energia importata — gli ambiti comunemente indicati come Scope 1 e Scope 2 — e consente di includere, in opzione, le altre categorie indirette, lo Scope 3. Sono scelte di rendicontazione, e come tali vanno dichiarate. In Italia si incontra la denominazione UNI EN ISO 14064-1:2019.

Vale la pena ricordare come è organizzata la ISO 14064: una prima parte sulle organizzazioni, una seconda sui progetti di riduzione, una terza sui processi di verifica e validazione. Questa architettura dice qualcosa di poco intuitivo. Lo standard nasce pensando che il risultato possa essere controllato dall’esterno, non soltanto prodotto.

L’impronta di prodotto

Qui il ragionamento cambia natura, perché si segue il ciclo di vita. La ISO 14067 definisce requisiti e linee guida per quantificare l’impronta climatica di un prodotto avvalendosi della metodologia di Life Cycle Assessment, dall’estrazione delle materie prime al fine vita. È in vigore dal 20 agosto 2018; in precedenza, a partire dal 2013, il riferimento tecnico era la specifica ISO/TS 14067. Anche in questo caso circola la denominazione UNI EN ISO 14067:2018.

La differenza operativa è netta. Nell’impronta di organizzazione il dato nasce in larga parte da contabilità, bollette, letture di contatori, registri di manutenzione. In quella di prodotto servono distinte base, rese di processo, scarti di lavorazione, pesi degli imballaggi, tratte di trasporto, consumi in fase d’uso, scenari di fine vita. E serve un’unità funzionale definita con precisione. Un metro quadro di pavimentazione posata con una durata dichiarata non è comparabile con un chilogrammo di materiale uscito dallo stabilimento: sono due domande diverse travestite da confronto. Molti raffronti che circolano nella comunicazione commerciale si indeboliscono esattamente qui.

Non c’è solo la CO2: perché il conto si fa in equivalenti

Il perimetro dei gas considerati è più ampio di quanto suggerisca il nome. Rientrano anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoruro di zolfo (SF6), i gas indicati dal Protocollo di Kyoto. Ciascuno ha un potere di riscaldamento globale diverso, il Global Warming Potential, che prende la CO2 come riferimento con valore pari a 1 su un orizzonte di cento anni. Il metano si colloca intorno a 27-30; il protossido di azoto arriva a circa 273; l’esafluoruro di zolfo supera le 25.000 volte la CO2. La conversione in CO2 equivalente avviene con i parametri stabiliti dall’IPCC.

La conseguenza pratica è controintuitiva: voci quantitativamente piccole possono spostare il totale in modo rilevante. Una ricarica di gas refrigerante su un impianto di condizionamento, l’impiego di gas tecnici in una specifica lavorazione, la manutenzione di un quadro elettrico isolato in SF6. Dati che di norma non transitano dalla contabilità energetica e che vanno cercati nei registri di manutenzione. Trascurarli non è una semplificazione neutra.

Che cosa si esamina in una verifica

Chi si prepara per la prima volta immagina un controllo aritmetico. In genere l’attenzione si concentra invece sul processo che ha generato i numeri. Guardando all’impianto delle norme citate, il materiale da tenere pronto si raggruppa in quattro famiglie.

Il perimetro. Quali società, siti, stabilimenti e attività stanno dentro il confine di rendicontazione, e con quale criterio di consolidamento. Un capannone in affitto. Un magazzino gestito da un operatore logistico. Una partecipata al 40%. Ogni scelta va motivata e mantenuta coerente negli anni: è la coerenza a rendere leggibile un andamento.

La qualità del dato. Distinguere i dati primari, misurati o fatturati, da quelli secondari, stimati o derivati da banche dati. Un inventario costruito in parte su medie di settore non è privo di valore, ma va presentato per quello che è. Anche i parametri di conversione richiedono documentazione: origine, versione, anno cui si riferiscono.

Le regole di calcolo. Criteri di allocazione tra prodotti che escono dalla stessa linea, soglie di esclusione, trattamento del fine vita, ipotesi sugli scenari d’uso. Sono decisioni metodologiche che possono influenzare il risultato più di diversi interventi di efficientamento.

Le evidenze. Bollette, letture, registri dei rifiuti, documenti di trasporto, schede tecniche dei materiali, distinte base. Serve un percorso ricostruibile dal totale fino al singolo documento. Quando quel percorso manca, i tempi si allungano e le richieste di chiarimento si moltiplicano.

Lo Scope 3 è il punto in cui si misura la solidità

Nella rendicontazione di organizzazione le categorie indirette diverse dall’energia — acquisti di beni e servizi, logistica in entrata e in uscita, uso del prodotto venduto, gestione a fine vita — sono spesso le più rilevanti e, in parallelo, le più incerte, perché dipendono da informazioni che l’azienda non possiede direttamente. Poiché nella ISO 14064-1 la loro inclusione è un’opzione di rendicontazione, va spiegata: quali categorie sono dentro, quali fuori, con quale criterio.

Le strade per irrobustire questa parte sono poche e tutte laboriose. Chiedere dati ai fornitori strategici invece di applicare medie. Definire criteri di rappresentatività e di campionamento. Sostituire progressivamente le stime basate sulla spesa con quantità fisiche: chilogrammi di materiale, chilometri percorsi, kilowattora. Un inventario che dichiara il grado di incertezza di queste voci risulta più solido di uno che espone un numero apparentemente preciso senza spiegarne l’origine. Dichiarare i limiti non indebolisce la rendicontazione: la rende verificabile.

Claim, neutralità e compensazioni: cosa si può dire

Una dichiarazione ambientale regge quando contiene quattro coordinate: l’oggetto (organizzazione, sito, prodotto), lo standard applicato, il perimetro con l’anno di riferimento, l’eventuale esame indipendente. Una formula come impronta di carbonio del prodotto X quantificata secondo ISO 14067, anno 2024, con verifica di terza parte dice poco al lettore distratto e molto a un ufficio acquisti competente.

Diverso il caso della neutralità carbonica, che ha un riferimento dedicato. La ISO 14068-1 specifica principi, requisiti e linee guida per raggiungere e dimostrare la carbon neutrality attraverso quantificazione, riduzione e compensazione dell’impronta di carbonio, e sostituisce la specifica britannica PAS 2060, il cui ritiro è previsto ventiquattro mesi dopo la pubblicazione della nuova norma. La sequenza leggibile in quell’impianto è chiara: prima si quantifica, poi si riduce, e la compensazione va dichiarata come tale, separata dal risultato delle riduzioni. Un messaggio di neutralità che non espliciti quanto è stato ridotto e quanto compensato resta esposto a contestazioni, nel confronto commerciale come nel dibattito pubblico.

Sei passaggi, nell’ordine giusto

Definire scopo e destinatari. La richiesta di un cliente industriale, un’etichetta di prodotto, la rendicontazione interna o la documentazione per una procedura di acquisto portano a scelte metodologiche diverse. Partire dal destinatario riduce il rischio di rifare il lavoro.

Scegliere standard e confini. Organizzazione o prodotto, anno base, criterio di consolidamento, categorie incluse ed escluse. Va messo per iscritto prima della raccolta dati.

Costruire il sistema dati. Chi raccoglie cosa, con quale frequenza, con quali controlli, con quale responsabilità formale. È la fase che decide se l’esercizio sarà ripetibile o resterà isolato.

Calcolare e rivedere internamente. Cercare le anomalie, confrontare con l’esercizio precedente, spiegare gli scostamenti prima che li chieda qualcun altro.

Sottoporre il lavoro a un soggetto indipendente, se il contesto lo richiede, prevedendo tempo per le richieste di chiarimento e per la chiusura dei rilievi.

Comunicare e aggiornare. Con lo stesso perimetro dell’esercizio precedente, oppure dichiarando in modo esplicito il ricalcolo della baseline.

Sui tempi conviene essere prudenti: dipendono dalla complessità del perimetro, dal numero di siti, dalla disponibilità dei dati di fornitura, dalla presenza di un sistema di gestione già strutturato. Un’organizzazione con contabilità energetica ordinata parte con un vantaggio evidente rispetto a chi deve ricostruire due esercizi di documenti sparsi tra reparti e fornitori.

Gli errori che erodono la credibilità

Alcuni ricorrono con frequenza sorprendente, spesso in buona fede.

Modificare i confini da un esercizio all’altro senza dichiararlo, ottenendo una riduzione soltanto apparente.

Utilizzare parametri di conversione senza indicarne origine e versione, o mescolare valori riferiti ad anni diversi.

Confrontare prodotti quantificati con unità funzionali non omogenee.

Trascurare imballaggi, tratte di trasporto brevi e ripetute, gas refrigeranti.

Presentare come dichiarazione verificata una relazione interna che nessun soggetto esterno ha esaminato.

L’ultimo punto è il più insidioso. Una richiesta documentale è di norma specifica: indica lo standard, l’oggetto, l’anno. Una relazione non verificata può essere un ottimo strumento di lavoro interno, ma risponde a un’altra domanda.

Il ritorno che si vede all’interno

C’è un aspetto che raramente compare nelle presentazioni e che spiega buona parte dell’investimento. Costruire un inventario esaminabile obbliga a mettere ordine in dati che l’azienda già possiede in forma dispersa: consumi per reparto, rese di processo, chilometri percorsi, scarti, peso degli imballaggi. Da quell’ordine nascono decisioni concrete su acquisti, contratti energetici, progettazione del confezionamento, riorganizzazione dei flussi logistici.

La verifica esterna è la parte visibile del percorso. Il valore che resta dentro è il sistema di raccolta dati, con responsabilità assegnate e serie storiche confrontabili. È quello che permette di rispondere senza affanno al questionario di un cliente che arriva con due settimane di tempo — e di distinguere, nella propria comunicazione, ciò che si è misurato da ciò che si è stimato.

Tre domande ricorrenti

Che differenza c’è tra impronta di prodotto e impronta di organizzazione?

L’impronta di organizzazione quantifica emissioni e rimozioni di gas serra di un perimetro aziendale in un dato esercizio secondo la ISO 14064-1, che aiuta a includere le emissioni dirette e quelle indirette da energia importata e consente di includere in opzione le altre categorie indirette. L’impronta di prodotto, secondo la ISO 14067, quantifica le emissioni associate a un singolo prodotto lungo il ciclo di vita, con approccio di Life Cycle Assessment.

Perché il risultato si esprime in CO2 equivalente?

Perché nel calcolo rientrano gas serra diversi — CO2, CH4, N2O, HFC, PFC, SF6 — con capacità di trattenere calore molto differenti. Per sommarli si usa il Global Warming Potential, che assume la CO2 come riferimento pari a 1 su un orizzonte di cento anni, applicando i parametri di conversione stabiliti dall’IPCC.

Quanto serve per arrivare a una dichiarazione esaminata da terzi?

Non esiste una durata standard: incidono il numero di siti, la qualità dei dati disponibili, la rilevanza delle categorie indirette e, per i prodotti, la complessità della filiera a monte. Il fattore che accorcia i tempi più di ogni altro è la disponibilità di evidenze già organizzate e riconducibili a responsabilità interne definite.

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