Un vezzo in uso, nei tempi andati, specie per la parlata indigena del Dialetto Bustocco da strada, era "te podi pisassi adossu e poeu dì ca te se, sudò" - d'accordo, la traduzione, non è poi così fine, ma (e lo ricordiamo) il Dialetto è sempre folcloristico e fantasioso e quello "da strada" era parlato dalla gente semplice che …. po,i ha pure contagiato i cosiddetti "pisse ca ghe", coloro che "si davano arie", per il ceto sociale che occupavano, ma pure per le "possibilità economiche" di famiglia.
Dunque, eccovi la traduzione (che non ho scritto interamente nel titolo, solo per discrezione): "puoi pisciarti addosso e poi dire che sei sudato" - Giusepèn se la ride, ma non può esimersi dal dire "l'e vea" (è vero) che richiama un prosieguo di frase che dice "l'e non 'nanel" (non è un anello), per dire che la "vea" (fede nuziale) non è da paragonare a un semplice anello che va bene per tutti gli usi.
Torniamo al detto iniziale: lo si apostrofava, quando si indossava un abito nuovo, quando si facevano compere di un certo tenore, quando ci si comportava in maniera, non proprio sobria.
Di solito, la gente semplice, indossava lo stesso abito per almeno una settimana, curando (ovvio) di cambiarsi quando si andava nell'orto o nel campo a lavorare. Dopo …. appunto, dopo, nel caso si dovesse uscire, ci si lavava per bene e si indossava l'abito a cui ho accennato prima. Per chiarire che "i sciui in minga vachi, ma i puaiti in minga asniti" - l'attento Lettore, avrà notato quel "minga" citato due volte. E' milanese, amici miei, il "minga" è milanese, ma (chissà perché), il "vezzo" cita il "minga" invece del Bustocco "mia" che, nel caso specifico, ha valore di "non sono" - la traduzione della frase, è "i ricchi non sono mucche, ma i poveri non sono somari" - qui si nota la disparità di censo, ma si mette in luce, la dignità, come a dire: "d'accordo che i ricchi non sono così volgari, come potrebbero essere le vacche al pascolo o in stalla che si curano poco della pulizia, ma si noti che la gente comune, non è poco intelligente, come potrebbero far sembrare i somari".
Qui, invece del comune "asnèn" (asino), si utilizza il plurale "asniti" e non si parla di "somari" che, per l'epoca, era una parola troppo difficile e, per giunta, era utilizzata in Lingua Italiana e ciò, per un Bustocco-verace, costituiva una ….. mancanza di rispetto.
Rifugiamoci allora nel "pisse ca ghe" che tradotto fa "il meglio che c'è", ma qui, c'è un sottile distinguo, utilizzato per schernire il borioso o colui che pensa di saperla più degli altri.
Basta unire il "caghe" per cambiare il senso della parola: dal "che c'è" al "caccone" vale a dire, più prosaicamente "spandi merda" che è espressione non proprio fine, ma è …. espressione Bustocca.
Di conseguenza, di fronte al "pissè caghe" (notare che non è scritto "ca ghe", ma "caghe", si poteva ("doveva" aggiungere uno strafottente "alua caghèm" (allora defechiamo) e ho usato un vocabolo più signorile, invece del rurale "caghèm".
I puritani avranno avuto ribrezzo, in merito alla Parlata Bustocca. Allora, facciamo (come si dice oggi) gli "sboroni" (saccenti) e, invece mettiamo qui un "dura lex, sed lex" latino puro che significa "la Legge è dura, ma è la Legge", anche per significare che il Dialetto Bustocco da strada, contiene dei vocaboli che è impossibile tradurli altrimenti e, chi ha appreso il Dialetto Bustocco DOPO avere imparato la Lingua Italiana, la smetta di dichiararsi Bustocco a tutti gli effetti e impari che i Bustocchi sono formati dai "sciui" (ricchi), ma pure dal ceto proletario (i puaiti) che saranno anche poveri, ma in fase di dignità, ne hanno molto, ma molto di più dei "pissè ca ghe" che NON sono "il meglio che c'è", ma spesso e volentieri incutono un "alua caghèm".
Ne conosco uno, non-Bustocco che sicuramente appartiene al "pissè ….caghèm"
L'abbraccio che mi fa "ul Giusepèn" è per me un premio, grandioso!