Politica - 01 luglio 2026, 15:10

«L’idillio col governo si è rotto. La Lega? Salvini ne ha svenduto l’anima. A Busto una coalizione larga anche con chi a livello nazionale non vota a sinistra»

Intervista a tutto campo con Alessandro Alfieri, senatore varesino ed esponente della segreteria nazionale del Partito Democratico. Dalle elezioni (provinciali, comunali e politiche) allo strumento delle primarie, da Vannacci alla Lega

Alessandro Alfieri. Sotto, con la segretaria nazionale del Pd Elly Schlein e la segretaria provinciale di Varese Alice Bernardoni

Intervista a tutto campo con Alessandro Alfieri, senatore varesino ed esponente della segreteria nazionale del Partito Democratico. Dalle elezioni (provinciali, comunali e politiche) allo strumento delle primarie, da Vannacci alla Lega.

Senatore Alfieri, prima di soffermarci sugli importanti snodi elettorali in programma il prossimo anno, guardiamo a quelli di poche settimane fa. A freddo: vi aspettavate un risultato diverso per il centrosinistra?
«È andata un po' come ci si aspettava nei numeri, nel senso che c'è stato un equilibrio sostanziale tra centrodestra e centrosinistra nei diversi contesti. Probabilmente è stata calcata anche eccessivamente la partita di Venezia, dove, se guardavamo al dato politico noi eravamo avanti come coalizione, ma poi ha prevalso un radicamento del candidato territoriale. In ogni caso, dopo il referendum si è rotto l'idillio con il governo: Meloni non sembra più essere invincibile, i rapporti di forza sono cambiati. Il centrosinistra, nel voto di appartenenza, è avanti in questo momento, però ci sono i temi che riguardano la costruzione del progetto, il programma e la leadership della coalizione».

Come sta questa coalizione?
«Abbiamo lavorato bene e adesso la coalizione c'è: partivamo dalle elezioni del 2022 alle quali siamo andati divisi in tre parti. Certo, non può essere solo quella rappresentata dalla foto dei leader di Partito Democratico, AVS e Movimento 5 Stelle: abbiamo bisogno di allargarla ai soggetti dell'area centrale dello schieramento e io spero anche che ci possa essere Calenda».

Guardiamo al nostro territorio. Subito dopo i ballottaggi delle amministrative Fratelli d’Italia ha dichiarato: «Adesso ci riprendiamo la Provincia». Proprio le provinciali saranno il prossimo appuntamento elettorale. Teme un ribaltone a Villa Recalcati? 
«Per fortuna non decidono né Fratelli Italia né il Partito Democratico chi si prende la Provincia, ma le consigliere e i consiglieri comunali che voteranno e lo faranno scegliendo il progetto che li convince di più. Vedremo con il rinnovo del Consiglio provinciale quali saranno gli equilibri di forza, poi ci sarà l'elezione del presidente. Penso che Marco Magrini abbia lavorato bene nell'interesse dell'ente. Non è certo un candidato di sinistra o del Partito Democratico, è un candidato del territorio, viene dall'Alto Varesotto, ha fatto l'amministratore, ha dimostrato sensibilità nel guardare non ai colori delle magliette politiche ma agli interessi del Varesotto. Ritengo pertanto che ci siano le condizioni per costruire intorno a lui un progetto in una provincia con un alto tasso di formazione civica».

Veniamo alle comunali del prossimo anno. Si parla giustamente di squadra e di programma, ma ai cittadini interessa innanzitutto il candidato sindaco a cui dare fiducia. Chi per il dopo Galimberti a Varese?
«Abbiamo fatto un ottimo lavoro con l'amministrazione uscente. Galimberti insiste nel mantenere molto affiatata la coalizione e penso che sia un bene: si riparte da lì. Ora vanno conclusi alcuni percorsi e soprattutto c'è bisogno di avviare una nuova fase che, come al solito, quando termina il mandato di un sindaco importante come è stato Davide per questa città, deve riuscire a valorizzare al massimo ciò che è stato fatto, ma anche a innovare. Servirà quindi una figura che esprima anche l'idea dell'avvio di una nuova fase. La coalizione valuterà poi se per scegliere il candidato migliore possibile servano le primarie oppure se si possa trovare concordia fin da subito su un nome che metta d'accordo tutti. Ci sono figure che sono cresciute alla prova del governo nell’amministrazione comunale, così come altre persone che hanno dimostrato di essere radicate sul territorio. Ho fiducia, ci sono tutte le condizioni per fare bene».

Rispetto a dieci-undici anni fa, da Roma come vede la “sua” Varese, al di là del momento economico e dei cambiamenti che riguardano tutte le realtà?
«Ho avviato una serie di incontri per ascoltare e capire. Io un’idea me la sono fatta, ma è molto interessante sapere cosa ne pensano le persone che hanno vissuto Varese. Vedo una città che è cambiata, sono state fatte tante cose, sia sul versante dell'edilizia scolastica sia su quello delle opere pubbliche: l'ingresso in città con largo Flaiano, le stazioni, i luoghi bonificati e restituiti alla città con funzioni sociali. Sicuramente l’amministrazione può dire di aver valorizzato bene i soldi del Pnrr e le risorse dei bandi e di aver fatto opere importanti. Dopodiché c'è da mettere a fuoco i nuovi obiettivi: ci dobbiamo interrogare su come dare una vocazione nei prossimi decenni a una città che è schiacciata tra la Città metropolitana di Milano e la Svizzera, che continua a essere competitiva per i salari più alti. Da relatore della legge che regola i rapporti tra Svizzera e Italia dal punto di vista fiscale, ho voluto fortemente che ci fosse uno strumento che permettesse di investire sullo sviluppo socio-economico del territorio e di affrontare alcune criticità di un'economia di frontiera, anche se il governo ha un po' svuotato di significato la governance che avevo previsto (su questo fronte, ieri è esploso il caso del blocco dei ristorni sul quale è intervenuto lo stesso Alfieri: leggi qui). Vorrei che Varese provasse a interpretare questa nuova fase e che nella campagna elettorale si possa affrontare questo tema. Ciò non significa non affrontarne altri percepiti dai varesini come importanti: penso alla sicurezza, al decoro, all'illuminazione pubblica, alla rigenerazione urbana e alla restituzione di certi luoghi alla città. So che l'amministrazione si sta ponendo questi problemi, dobbiamo farcene carico anche nella narrazione e nella costruzione del programma della coalizione».

Torniamo sul tema del candidato sindaco. Nel 2016 Galimberti partì con largo anticipo, al punto che tanti all’inizio nemmeno lo conoscevano. Il prossimo candidato forse non avrà bisogno di farlo, in virtù dell’eredità di questi anni di governo, ma che caratteristiche dovrà avere? E che tempistiche dovrà seguire?
«Nel 2016 il contesto era completamente diverso, venivamo da anni di dominio leghista e quindi avevamo bisogno di partire per tempo. Davide Galimberti è diventato sindaco grazie alle primarie, perché sconfisse una figura storica della sinistra varesina come Daniele Marantelli. E lo fece interpretando un bisogno di profonda innovazione, sia probabilmente dentro il centrosinistra, ma soprattutto dentro la città, dove c'era una stanchezza nei confronti della Lega che aveva governato per tanti anni, tenendo un po' bloccata Varese rispetto alle opere che si potevano fare. Adesso le primarie possono servire se si dovesse scegliere una figura all'interno dell'amministrazione, perché dopo dieci anni di governo hai bisogno di rigenerare sia i profili che i progetti e di dare stimoli nuovi. Io farei i passi giusti senza farmi prendere dalla fretta, abbiamo tutta la possibilità di costruire un percorso ma se decidessimo di fare le primarie, le faremo verso la fine dell'anno».

Che sensazione le dà questa fioritura di movimenti, legati a Vannacci e non, che ogni giorno, a un anno dalle elezioni, fanno battaglie sui tombini, su viale Belforte, sul Pride, attaccando spesso e volentieri l'assessore Civati e quasi irridendolo?
«Ognuno ha il suo stile e fa politica come crede. Io preferirei che ci dicessero come vogliono governare questa città. Vannacci rappresenta un pezzo della società italiana, ma a me preoccupa un'altra cosa e l'ho detto a Meloni, intervenendo in Aula e invitandola a non entrare in competizione con il Generale. Il tema è "costruire" un cordone sanitario rispetto ad alcune stupidaggini che afferma, come quando va in televisione a dire che i gay sono tutelati in Italia perché possono guidare e possono andare a farsi curare in ospedale… Frasi del genere devono essere bandite dal dibattito pubblico. Poi su di lui e il suo stile saranno gli elettori a decidere, a me interessa che il resto della politica sia compatta nel dire no a chi vuole riportare indietro l'Italia di 50 anni, in una lotta nel fango che non ci serve. Abbiamo bisogno invece di un confronto anche aspro sulle cose che servono alla nostra città e al Paese». 

Come vede le difficoltà della Lega, anche a livello locale?
«Ho davvero l'impressione che Salvini ne abbia svenduto l'anima. Ho combattuto la Lega in passato, però ho sempre rispettato i suoi amministratori, molto legati al territorio e alle battaglie per l’autonomia. Quando Salvini l'ha trasformata in partito nazionale, l'ha fatta diventare un contenitore monotematico sull'immigrazione e alla fine ha perso anima e consensi, soprattutto qui al nord. Alcuni leghisti stanno facendo una battaglia per provare a recuperare l'identità perduta: scherzando con alcuni di loro, ad esempio con il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, dico che spero che questa battaglia non vada in porto, perché per noi Salvini è un'assicurazione sulla vita...».

L'anno prossimo si voterà anche a Busto e Gallarate, realtà dove il centrosinistra fa fatica. Come fare affinché questa volta ci sia una partita vera?
«Sono territori un po' più complicati per noi. Però Varese insegna che puoi recuperare se riesci a mettere insieme tutto il centrosinistra in una coalizione larga e costruisci esperienze civiche anche con persone che a livello nazionale non votano per la sinistra, ma che possono essere coinvolte se si realizza un progetto credibile. A Busto e Gallarate bisognerebbe fare proprio così, trovando chi interpreti questa capacità di mettere in campo un progetto per la città e per la comunità a prescindere dall’appartenenza politica nazionale, tenendo insieme una dimensione civica e una più partitica. Figure che con credibilità e autorevolezza sappiano interpretare la costruzione di una nuova vocazione del territorio, perché oggettivamente la provincia di Varese è policentrica e ogni centro ha una vocazione differente. Dobbiamo essere capaci di tenerle insieme».

Nel 2027 ci saranno anche le politiche. In questo caso è favorevole alle primarie come strumento per individuare il “candidato premier”?
«Penso che la strada maestra sia quella di provare a trovare una figura che tenga insieme tutta la coalizione. È chiaro che le primarie possono essere un'alternativa, però in passato le abbiamo utilizzate per rafforzare il candidato che avevamo individuato, come accadde con Prodi.  Il livello nazionale non è quello territoriale. Noi mettiamo insieme una coalizione che ha sensibilità diverse: se si andasse a fare delle primarie molto laceranti a pochi mesi dal voto, la preoccupazione è che i rispettivi elettorati poi possano fare fatica, chiunque sia il vincitore. O si costruisce un programma di pochi punti che diventa il legame forte e, sulla base di quello, ci si confronta sulla leadership utilizzando le primarie, oppure si decide che tocca al segretario o alla segretaria del partito più forte. Terza possibilità sarebbe tenere tutto insieme con una figura terza. Gli scenari sono questi, però è ancora presto per parlarne. Il lavoro più importante è costruire la cornice dentro cui ci riconosciamo tutti, quei punti su cui ci impegniamo davanti agli elettori e alle elettrici: stipendi, sanità, un nuovo modello di sviluppo sostenibile che regga rispetto ai cambiamenti climatici e la collocazione europea e internazionale. Io penso che il tema degli Stati Uniti d’Europa sia il sogno a cui tendere. Difficile, complicato, ci arriveremo in maniera graduale, ma l'unico modo per affrontare le grandi sfide internazionali ormai è investire sulla dimensione europea». 

Riccardo Canetta e Andrea Confalonieri