Non poteva che concludersi in giugno la parabola terrena di monsignor Claudio Livetti. Il mese per lui più intenso, quello punteggiato dagli anniversari. In giugno era nato come uomo, il 21, e come cristiano. «Sono diventato figlio di Dio il 28 giugno 1931» ha ricordato anche nel suo testamento spirituale, con riferimento al Battesimo nella parrocchia San Martino di Ferno. «Posso indicare quel giorno, quello del Battesimo, come la vetta della mia “carriera”» aveva sottolineato in un’intervista a Il Bustese. Il 27 giugno, nel 1954, aveva ricevuto l’ordinazione dal cardinal Ildefonso Schuster. L’11 giugno 2026 la scomparsa e, quattro giorni dopo, l’addio in una basilica di San Giovanni straripante di persone e gratitudine.
Ineludibile il tema dell’eredità lasciata dall’uomo di fede e d’azione, dal prete. Un patrimonio di cui avverte l’importanza la comunità cristiana come la società civile. Monsignor Severino Pagani ha auspicato che l’affetto per don Claudio sia strumento per ricordare e tradurre in pratica le sue virtù, per perpetuarle. «Sentiamo il dovere di custodire la sua eredità» ha convenuto il sindaco, Emanuele Antonelli, accennando al carattere franco del sacerdote. «Le sue critiche – ha aggiunto - non nascevano dal rancore ma da un amore profondo per la nostra città. Ci ha costretti a guardarci allo specchio, a fare meglio».
L’arcivescovo Mario Delpini, nell’omelia, ha scandito le parole pronunciate da monsignor Livetti alla cerimonia funebre di don Isidordo Meschi, di nuovo figura cardine. «Non saprei – disse don Claudio, nel 1991, per don Lolo - se questo è un funerale o l’inizio di un processo verso la beatificazione». Un invito, la citazione di Delpini, ad avere uno sguardo capace di andare oltre, di superare il lutto, il senso della perdita. Al centro della sua riflessione, la figura del prete che «…vince la tristezza della gente e bussa alle porte, chiuse per paura». Una contrapposizione insistita, da parte del prelato, tra gioia e speranza da una parte, sentimenti negativi dall’altra. Un pensiero intonato, di nuovo, al concetto espresso dallo stesso Livetti per i suoi 70 anni di sacerdozio: «Il parroco è un uomo felice, perché padre di una Famiglia di Famiglie; felice anche se sorregge una croce larga come la Parrocchia (…) una croce arricchita di gioie e lacrime».
Stefano Pozzi, per la comunità di San Giovanni e il Consiglio pastorale, ha letto un messaggio che ha impastato proprio gioia e lacrime. Insieme con la fiducia, la preghiera, l’attesa. A dispetto delle richieste di perdono espresse da don Claudio nel suo testamento spirituale: «Domando perdono a Dio per non averlo ringraziato abbastanza (…) ai miei confratelli sacerdoti (…) per non avere dato loro buon esempio, per qualche atteggiamento non consono a un fratello o a un amico (…) ai miei parrocchiani per avere sorriso poco, specialmente nel periodo successivo all’uccisione di don Isidoro (…) per non avere dato loro tutto il tempo e tutto il cuore». «Ti siamo grati – gli hanno idealmente risposto i parrocchiani - ci sentiamo protetti, attesi. Pensaci, sii vicino a tutti, continua a volerci bene».