Non c’è innovazione senza inclusione. E non può esserci sviluppo, né economico né umano, in una società che lascia indietro qualcuno. È da questa convinzione che la Liuc ha scelto di affrontare, per la prima volta nel panorama degli atenei italiani, il tema della lotta all’omofobia attraverso un convegno che intreccia diritto, impresa, fede e cultura del rispetto. Un segnale forte, che racconta come oggi l’università non possa limitarsi a formare professionisti, ma debba contribuire a costruire cittadini consapevoli e comunità capaci di valorizzare ogni differenza.
“Nessuno mi può giudicare” è il titolo dell’incontro ospitato oggi, 26 maggio, all’auditorium della Liuc, promosso dal Comitato Pari Opportunità e dalla Cappellania dell’ateneo nell’ambito delle iniziative legate al 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite.
La Costituzione come bussola dell’inclusione
Al centro del convegno, il principio sancito dall’articolo 3 della Costituzione italiana: la rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza tra le persone. Un richiamo che, oggi più che mai, viene interpretato come una responsabilità concreta da parte delle istituzioni formative.
I diritti delle persone LGBT+, così come quelli di chiunque subisca discriminazioni ingiuste, diventano infatti un banco di prova per la qualità della democrazia e della convivenza civile. E proprio il dialogo tra mondi differenti – università, impresa, società civile e fede – può trasformarsi in uno strumento di crescita collettiva.
L’università come luogo umano, oltre la formazione professionale
Ad aprire i lavori sono state Valentina Lazzarotti, direttore della Scuola di Economia e Management, ed Eliana Alessandra Minelli, professore associato Liuc e delegata rettorale a Next Generation e Inclusione.
«Un ateneo non deve essere soltanto un luogo di formazione professionale, ma anche umana – ha sottolineato Lazzarotti –. Al centro deve esserci la persona, anche con le sue fragilità». Un approccio che, secondo il direttore della Scuola di Economia e Management, unisce dimensione accademica e spirituale, nella convinzione che «i contesti più inclusivi siano anche quelli più innovativi, perché la diversità dei profili rappresenta una ricchezza».
Sulla stessa linea Eliana Minelli, che ha spiegato come l’iniziativa sia nata da un’esigenza di approfondimento spirituale condivisa con la Cappellania universitaria. «Promuovere la cultura del rispetto e contrastare i pregiudizi è uno degli obiettivi del Comitato Pari Opportunità. Tutti devono sentirsi accolti nella nostra università».
Minelli ha ricordato anche le iniziative rivolte ai neogenitori e alle persone transgender, evidenziando l’importanza della cultura del consenso e della prevenzione di ogni forma di violenza. «La comunicazione su questi temi è ancora faticosa – ha ammesso –. Per questo servono seminari, campagne istituzionali e percorsi formativi capaci di offrire ai giovani strumenti e competenze per costruire relazioni fondate sul rispetto».
Le imprese inclusive sono anche più forti
Il tema dell’inclusione è stato affrontato anche dal punto di vista economico e aziendale grazie all’intervento di Niccolò Comerio, ricercatore Liuc e componente del Comitato Pari Opportunità.
Attraverso dati e statistiche, Comerio ha fotografato la situazione italiana, ricordando come il nostro Paese occupi ancora il 36esimo posto in Europa per inclusione, al di sotto della media europea, mentre Spagna e Malta rappresentano oggi i modelli più avanzati.
«Diversità e inclusione sono due concetti distinti ma strettamente collegati – ha spiegato –. Le differenze esistono a tutti i livelli e devono essere valorizzate per creare ambienti realmente inclusivi».
I numeri mostrano però un’Italia ancora in ritardo: soltanto il 5,1% delle imprese con almeno 50 dipendenti ha adottato misure non obbligatorie a favore dell’inclusione delle persone LGBT+. Le aziende più grandi risultano le più sensibili, con documenti interni contro la discriminazione, strutture dedicate e programmi di formazione specifica. «L’inclusione richiede investimenti e cultura organizzativa – ha osservato Comerio – ma rappresenta un fattore di crescita e competitività».
Fede e omosessualità: il bisogno di riconciliazione
Uno dei momenti più intensi del convegno è stato l’intervento di Luigi Testa, professore associato di Diritto pubblico comparato all’Università dell’Insubria, che ha affrontato il rapporto tra fede e omosessualità come percorso di pieno sviluppo della persona.
Testa ha richiamato il libro “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” di Guariento Savarese, parlando delle “anime scacciate” e della necessità di costruire cammini di riconciliazione tra Chiesa cattolica e persone omosessuali.
«Salvare le anime significa farle fiorire nella pienezza della vita e della libertà – ha affermato –. Ogni persona porta dentro di sé un desiderio di riconoscimento e di amore che ha una dimensione inesauribile». Secondo il docente, le persone omosessuali vivono spesso questa ricerca con ancora maggiore intensità, a causa delle difficoltà sociali e culturali che incontrano lungo il loro percorso.
“Nessuno deve sentirsi sbagliato”
A chiudere il confronto è stato don Luca Bressan, Vicario episcopale della Diocesi di Milano per Cultura, Carità, Missione e Azione Sociale, che ha riflettuto sul significato del giudizio e del rispetto.
«Siamo cresciuti con la frase “Nessuno mi può giudicare”, ma dobbiamo chiederci quale giudizio aiuti davvero a crescere e includere», ha detto. Citando la dichiarazione “Dignitas infinita”, don Bressan ha ricordato come la Chiesa ribadisca il rispetto dovuto a ogni persona, indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Ha poi richiamato la “Proposta pastorale” dell’arcivescovo di Milano, che invita oratori, associazioni e movimenti a creare percorsi di ascolto e dialogo «perché nessuno sia portato a pensare di essere sbagliato o “fatto male”».