Giusepèn sorride a sentire questa frase. Sa che fa parte di un detto Bustocco, antico. Con un laconico "à uì muì, bon om" (volete morire, buon uomo?) non ci si riferiva a un suicidio, ma c'era di mezzo la fatica, ma pure si parlava dei sacrifici, della vita grama, degli stenti, con cui la gente, per racimolare il necessario, era costretta a faticare molto e a patire.
Con la risposta "ga egn su pu'l fiò" (non viene su più, il fiato) quasi ci si rassegnava agli eventi, c'era di mezzo il tenore di vita precario, che abbisognava di una "controparte" efficace che tutelasse la povera gente. Giusepèn ammoniva schietto "i sciùi i fean ul propi interessi, e a genti l'à ciapèa chèl che'l padròn al ga sumèea bon" (i ricchi facevano il proprio interesse, e la gente -diremmo oggi, le maestranze- percepivano ciò che al padrone, garbava).
Per dirla interamente, non esistevano i Sindacati Lavoratori che fungevano da controparte, nella trattativa salariale (e non solo). Addirittura (e siamo nel primo novecento) si lavoravano dalle dieci alle dodici ore al giorno, con orari che suppergiù sembravano impossibili, con tanto lavoro manuale e con pochi macchinari a supporto della mano d'opera.
Pochi Autori parlavano di quell'epoca. Per il semplice fatto che a scriverne le note e a illustrarne la realtà di allora, c'erano unicamente le persone che avevano studiato, che osservavano la realtà operativa, dalla parte dei "sciuì" (i ricchi datori di lavoro), che non erano in grado (e a loro non conveniva) tutelare la manovalanza e chi aveva estremo bisogno di lavorare.
Addirittura, c'erano i Grandi Consorzi che nel Contratto di Lavoro, inserivano l'abitazione per gli operai, con la clausola "ferrea" che, a cambiare "posto di lavoro" si doveva abbandonare l'abitazione (e ciò, a ragionarci sopra, non era quella "gran conquista" della cosiddetta "classe operaia". Di certo, nello stabilire l'ammontare della paga, si teneva conto dell'importo speso per la manutenzione delle abitazioni. Non solo: chi si sottometteva a quel Contratto di Lavoro, da una parte aveva la sicurezza di "un teciù sul cò" (un tetto sulla testa) e dall'altra, garantiva al "padròn" la fidelizzazione della propria presenza. Il risultato ovvio era tutto nell'interesse dei "capitalisti" che valorizzavano sia la loro produzione, sia l'investimento "in quadrei" (in mattoni) relativo al mercato immobiliare. Anni dopo, chi lavorava in quella ditta, poteva pure acquistare la propria abitazione. Ovviamente a prezzi di mercato che stabiliva il proprietario.
Più o meno, solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la situazione si è normalizzata. Sono nati i Sindacati dei Lavoratori e la contrattazione fra "padròn e uperòi" (padroni e operai) ebbe una specifica normalizzazione. Orari di lavoro, maggiormente sostenibili (a scalare … dalle dodici ore giornaliere, alle dieci, poi alle otto ore al giorno, ma pure sabato libero e abolizione del lavoro nei giorni festivi). Nel frattempo si abolì la clausola dell'abitazione "forzosa" e ancorata al posto di lavoro e si dette pure avvio alla meritocrazia che prima non esisteva. Era discrezione del Datore di Lavoro, inserire nei "posti chiave" le persone a lui compiacenti.
Busto Arsizio e Circondario, furono "messaggeri di Lavoro". Tanto è vero che la nostra Zona Industriale, si sviluppò intorno al vivere-civile e pure il benessere.
Giusepèn, "cala" l'asso che ha nella manica: "ul reuplonu" (l'aereo che a Busto chiamavano "u sguatosciu" (un "coso" che vola), per dire che proprio a Busto Arsizio ci fu il primo aeroporto del Nord Italia, a cui fece seguito, un'area più vasta a cui si rivolsero gli Industriali Bustocchi e si creò "l'aeroporto di Busto Arsizio" che consentiva di ridurre i costi di trasporto delle merci del Nord a Roma, per poi raggiungere le destinazioni nel mondo.
Nel 1955 Malpensa (così fu chiamato il nuovo Aeroporto) passò nelle mani di SEA (Servizi Esercizi Aeroportuali) che consentì agli "inventori" dell'Aeroporto di Busto Arsizio di realizzare un ottimo affare e, a Malpensa, di diventare "Aeroporto Hub" e, non si capisce il motivo, per il quale, Malpensa non è intestato a Busto Arsizio, con le sfaccettature dei Servizi di cui oggi ci si serve. A testimoniare l'evento, tuttavia, dove oggi c'è il Terminal 2 di Malpensa, c'è un cippo ben in evidenza che mette in chiaro la dicitura AEROPORTO di BUSTO ARSIZIO a perenne memoria delle capacità e della lungimiranza della nostra gente.