Ieri... oggi, è già domani - 15 maggio 2026, 07:10

“catànai: demi-demi” - “scavezzacollo: picchiami-picchiami”

Due parole inusuali (anzi tre) che Giusepèn tira in ballo, per cogliere il vero, l'autentico significato del Dialetto Bustocco da strada - quello, per intenderci, di chi ha imparato, vissuto, per intero, la “parlata indigena”, quel Dialetto che non ammetteva “distorsioni” o “infiltrazioni” con l'italiano...

Due parole inusuali (anzi tre) che Giusepèn tira in ballo, per cogliere il vero, l'autentico significato del Dialetto Bustocco da strada - quello, per intenderci, di chi ha imparato, vissuto, per intero, la "parlata indigena", quel Dialetto che non ammetteva "distorsioni" o "infiltrazioni" con l'italiano.

Cominciamo col "catànai" che, a onor del vero, è composto da due parole: il "cata" che significa "cogli" e il "nai" che verosimilmente significa in modo bonario, "scavezzacollo", "furbacchione" e pure "ingenuo", "sempliciotto", incapace di compiere danni.

Col "catànai" si evidenzia come il soggetto "va in cerca di noie" sino a meritarsi quel "cogli sempre le occasioni per indisporre chi ti vive accanto". Quante volte (testimonia Giusepèn) "a to moma, l'a ta disèa catànai" (tua mamma ti diceva... mariuolo) - ecco, altro termine italiano che si utilizza più nel Sud che da noi, ma serve per illustrare nel modo giusto il nostro "catànoi", segno che a Busto Arsizio, si "risparmiava" sempre coi termini, gli aggettivi, i nomi e, pure sui significati.

Anche nei "buffetti" era in uso il "catànai", quasi a scusare un'inadempienza, una marachella, ma mai e poi mai, a perdonare qualcosa di grave. Il "mariuolo-catànai" era il bravo ragazzo, la ragazza perbene, la bimba solare, il bimbo con l'argento vivo, addosso.

Di ben altro spessore è il "demi-demi" che nella fattispecie significa "picchiami-picchiami", sempre detto in maniera doppia. Uno che canta, invoca, desidera essere "picchiato", non lo pensa affatto, ma con il suo pessimo comportamento, fa dire a chi incombe, "l'hai fatta così grossa" che hai anelato ad invocare "picchiami, me lo merito". Le parole sono superflue, un manrovescio, resta!

Sono quindi le azioni, a determinare la giusta "sentenza" - specie le mamme che (magari) dopo un bonario "catànai" arrivava a sculacciarti per avere avvertito, nel tuo agire, la tacita, ma eloquente provocazione che sfocia nel "demi-demi". 

Giusepèn, ci mette del suo: "s'è mai sentì che dopo 'na scuetòa ghe mortu calchidogn" (si è mai sentito che dopo una sculacciata, sia morto qualcuno" e... ci credo bene. A parte che il Telefono Azzurro, prima non esisteva (in verità, nemmeno il telefono, esisteva), i genitori (ed in specie, le mamme), Educavano dapprima con le parole, sottoforma di "consigli", "avvertimenti", ma talvolta, specie coi cosìddetti "gnuchi e bastordi" (teste dure e testardi), occorreva un dettaglio d'azione che richiamava il giusto equilibrio di vita sociale. 

Chi s'è indignato per quel "bastòrdi" sommato al "gnuchi", sappia subito che qui, non si vuole mettere in evidenza, la paternità dell'individuo, ma nel Dialetto Bustocco da strada, "bastardo" era unicamente sinonimo di testardo

Ho scritto altrove che anch'io ho commesso un'indelicatezza nei confronti della mia Pierina, mia madre. Un giorno che mi sono sentito dire "gnucu e bastòrdu", le ho risposto crudelmente: "non è colpa mia se sono bastardo" e (lo ricordo tuttora), lei mi guardò con aria-colpevole, col brivido dentro il cuore e disse solo... "cusè ca to dì par dimi inscì?" - (cosa ti ho detto, per rispondermi in quella maniera?), allora le dissi qual è il significato di "bastardo" e lei si giustificò con un "oh Madona... men tu fèi cunt'ul me'ngiuletu" (oh Madonna... io ti ho fatto con il mio Angioletto)... poi le chiesi scusa per quella parola "strappata" dalla mia bocca, senza velleità di offesa. 

E' a questo punto che Giusepèn invoca un Nocino, quasi in senso liberatorio che non contempla la malizia o l'offesa e nemmeno la presa in giro!

Gianluigi Marcora