Sociale - 06 maggio 2026, 20:26

VIDEO. Università cittadina: Busto Arsizio, cuore operaio e culla della scelta repubblicana con la lezione di Claudio Mezzanzanica

A Busto Arsizio il voto del 2 giugno 1946 riflette una solida tradizione operaia e democratica. La città si distingue per partecipazione civica e radicamento delle forze popolari. Una storia locale che racconta il passaggio dalla sudditanza alla piena cittadinanza. I risultati in Valle Olona

A Busto Arsizio l’esito del Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 racconta molto più di una semplice scelta tra monarchia e repubblica o il voto esteso anche al gentil sesso. La vittoria della Repubblica si inserisce infatti in una storia segnata da una forte vocazione operaia, da una diffusa coscienza sociale e da una tradizione di partecipazione che affonda le radici nelle fabbriche e nelle associazioni popolari. Il voto del 1946 diventa così il punto di arrivo di un lungo percorso di maturazione civile, profondamente legato all’identità produttiva e collettiva della città.

Un incontro per rileggere la storia locale
Questo quadro è stato al centro dell’incontro promosso dall’Università cittadina per la cultura popolare, con relatore Claudio Mezzanzanica, presidente dell’Istituto varesino di storia del Novecento. A introdurre l’iniziativa è stato Carlo Magni, che ha sottolineato l’importanza di rileggere la storia locale attraverso le esperienze quotidiane e familiari. Mezzanzanica è stato definito un ricercatore attento e curioso, capace di coniugare rigore scientifico e attenzione alle vicende comuni.

Il lungo percorso verso il diritto di voto
Nel suo intervento, Mezzanzanica ha ricostruito il lungo cammino verso il suffragio universale, chiarendo come il 2 giugno 1946 rappresenti una svolta ben più ampia rispetto al solo voto alle donne. Già nel 1886 Marco Minghetti evidenziava il ritardo italiano rispetto all’Europa in materia di diritti politici. La riforma del 1911 promossa da Giovanni Giolitti ampliò il voto, ma lo limitò agli uomini sopra i trent’anni. Nel 1919 si registrò un progresso, presto cancellato dall’avvento del fascismo. Con il regime, il voto divenne una concessione e non più un diritto: esclusioni, obbligo di tessera fascista e restrizioni colpirono milioni di cittadini. Il 1946 segnò quindi la fine di una lunga stagione di esclusione e sudditanza.

Le società operaie e la nascita della coscienza democratica
A Busto Arsizio la democrazia si era però costruita ben prima del referendum, grazie al ruolo delle società operaie. Queste organizzazioni offrivano servizi concreti, come credito, assistenza e sostegno ai lavoratori, ma rappresentavano anche spazi di partecipazione e formazione civica. Si esercitava quotidianamente la democrazia, contribuendo a creare una comunità consapevole e attiva.

Una continuità politica radicata nel territorio
I risultati elettorali del 1946 confermano questa tradizione: la Democrazia Cristiana fu il primo partito, ma socialisti e comunisti raccolsero insieme una quota significativa di consensi, rendendo la sinistra complessivamente maggioritaria. Questa configurazione affonda le radici in precedenti storici importanti. Già nel 1924, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, a Busto Arsizio i risultati elettorali mostrarono una forte resistenza al fascismo, con percentuali molto diverse rispetto al dato nazionale.

La fabbrica come luogo di identità e resistenza
La fabbrica rappresentò il cuore della vita sociale bustese, non solo come luogo di lavoro ma come spazio di trasmissione della memoria e dei valori collettivi. Documenti degli anni Venti testimoniano una precoce consapevolezza politica tra i lavoratori. Questa forza rese la città difficile da controllare per il regime fascista. Lo stesso Mussolini, durante una visita ufficiale, trovò un’accoglienza fredda, segno di un consenso tutt’altro che diffuso tra la popolazione e il mondo industriale.

Il difficile rapporto tra fascismo e cattolici
Anche il rapporto tra regime e mondo cattolico fu più complesso di quanto spesso si pensi. I Patti Lateranensi non garantirono un controllo totale sulla società. Grazie all’azione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, gli oratori e le associazioni cattoliche conobbero una forte espansione, soprattutto a Busto Arsizio, coinvolgendo centinaia di giovani e sottraendoli all’influenza del regime. Non mancarono tensioni, come dimostra l’assalto fascista all’oratorio di Borsano nel 1931.

Il referendum nel contesto territoriale
Nel territorio varesino il risultato del referendum variò sensibilmente da zona a zona. Nelle aree a forte vocazione operaia prevalse la Repubblica, mentre in altri centri si registrò una maggiore adesione alla monarchia. Questo conferma il legame tra struttura sociale e orientamento politico. A livello nazionale, le regioni segnate dalla Resistenza mostrarono una più netta scelta repubblicana.

Una partecipazione straordinaria in un Paese ferito
Il voto del 1946 fu anche una straordinaria prova organizzativa. In un Paese ancora devastato dalla guerra, si riuscì a ricostruire l’intero sistema elettorale, garantendo la partecipazione di milioni di cittadini, compresi gli sfollati. Nonostante ciò, persistevano limiti significativi: ad esempio, nessuna donna fu nominata presidente di seggio, segno di una parità ancora incompleta.

Industria e scelte politiche nel territorio
Infine, il peso dell’industria tessile tra Legnano e Cavaria influenzò anche le scelte del regime fascista. La decisione di assegnare a Varese il ruolo di capoluogo di provincia, anziché a Busto Arsizio, rispondeva anche all’esigenza di ridimensionare un territorio economicamente forte e socialmente dinamico, storicamente poco incline al controllo autoritario.

Il referendum in Valle Olona

Significativi, infine, i dati del referendum in Valle Olona con Fagnano in testa con il 74 per cento a favore della repubblica, seguita da Olgiate con il 73. Allineati sul 65 per cento, Busto Arsizio con Castellanza e Saronno, si discosta di poco Gallarate con il 64 e Varese si distanzia con il 58 per cento, data la presenza forte di gerarchi fascisti e strutture forti che appoggiavano la monarchia. (VIDEO sull’Istituto varesino per la storia del 900)

Laura Vignati