«La prima volta che vidi Umberto Bossi fu a Cavaria durante l’occupazione, da parte dei militanti della Lega, del terreno dove si sarebbero costruite le sciagurate barriere autostradali. Era piovuto a lungo e c’era fango ovunque, Bossi allora era soltanto un parlamentare, io facevo il segretario comunale a Daverio e non ero ancora iscritto al partito. Lui arrivò a portare il giornale ai militanti, incurante del fango, e quando passava in autostrada per andare a Milano con la sua inconfondibile Citroën color vinaccia, suonava il clacson in segno di saluto».
Raimondo Fassa ha vissuto da vicino il lungo viaggio politico e umano del grande capo della Lega, un uomo carismatico ma anche fragile, che la malattia aveva piegato ma non domato.
«Lo rividi poi qualche tempo dopo alla Camera di Commercio di Varese, il partito stava già avendo successo nei piccoli comuni e Bossi era già idolatrato dal popolo delle Lega, si stava creando il culto della personalità. Nel 1991 avevo iniziato la mia militanza ed ero tornato all’insegnamento, quando un giorno, al caffè Socrate di Varese, Maroni mi chiese di diventare responsabile provinciale degli enti locali e successivamente Bossi volle che entrassi nella segreteria politica della Lega a Milano, per fare il responsabile degli enti locali per la Lombardia. In via Arpe lo vedevo spesso, assieme al capo della segreteria politica, Roberto Ronchi, e poi anche quando ero sindaco di Varese e parlamentare europeo, anche se non sono stato un grande frequentatore di Bossi, pur apprezzandone le incredibili doti politiche. Oggi mi fa meraviglia tutto l’incenso sparso su di lui da giornali che un tempo lo ricoprivano di contumelie».
Fassa ha avuto modo di conoscere bene anche l’uomo Bossi, in privato totalmente diverso dal pubblico: «Quando non era sotto i riflettori, Umberto era cortese, a volte anche ingenuo, di un incredibile candore. Ricordo un pranzo a Strasburgo, con me, oltre a Bossi, c’erano Formentini e la moglie e si stava parlando di Marco Pannella. A un certo punto Bossi mi dice: “Tu, gesuita, che sai tutto, come si chiamava quel politico francese intelligentissimo e corrottissimo?” Gli rispondo: Mirabeau. E lui: “Ecco, Pannella è un Mirabeau della mutua!”. A volte scherzosamente mi chiamava gesuita perché avevo studiato in una scuola retta dalla Compagnia di Gesù».
Umberto Bossi si era fatto da sé, in tutto e per tutto, e Fassa lo conferma: «Era molto colto, più della media dei politici di allora, non parliamo di quelli di oggi. Era autodidatta, leggeva moltissimi libri, a volte solo le prime e le ultime pagine. Nella mia carriera politica e professionale ho avuto modo di conoscere ministri, imprenditori, ambasciatori, prefetti, e posso dire che Bossi è stato una delle persone più intelligenti che ho incontrato. Aveva la straordinaria capacità di impadronirsi dei termini essenziali di qualunque problema in tempi rapidi. Il difetto era che, lui così intuitivo, spesso non approfondiva troppo le cose».
Un altro ricordo del nostro ex sindaco ci porta a Cernobbio, durante uno dei “forum Ambrosetti”: «Alla cena di gala ero seduto vicino a un celebre docente universitario che parlava male di Bossi, dicendo di non capire come un diplomato alla Scuola Radio Elettra di Torino potesse parlare con competenza di federalismo, mentre lui lo insegnava da anni. Gli risposi: certo, lei ne parla da trent’anni e non se ne è accorto nessuno, l’“ignorante” Bossi invece ha cambiato la politica italiana. Aggiungo una cosa importante. Umberto era la corporeità in politica, spazzò via gli altri politici, tutti ingessati in funeree grisaglie, mentre per lui il corpo era espressione e il gesto era concetto. L’ictus uccise in gran parte questa corporeità e lo rese vulnerabile».
Fassa fu contrario all’alleanza bossiana con Silvio Berlusconi, che però apparve inevitabile: «Avevo costruito a Milano, con uno studente universitario dotatissimo, un ufficio sondaggi che dava previsioni elettorali precise, ricordo che i dati erano contenuti in una scatola per scarpe. Arriva Maroni, prende la scatola e dice: “Con questi risultati non si va da nessuna parte, abbandonando il sistema proporzionale è indispensabile allearci con Berlusconi”. Il Cavaliere addomesticò la carica eversiva del messaggio leghista, a Varese ne fanno fede le amministrazioni della Lega, che non hanno brillato per novità. Anche la giunta Fontana somigliava a un governo democristiano, con tutta la stima che porto al governatore della Lombardia».
La straordinaria cavalcata di Bossi e della sua creatura non prescinde dall’incontro con l’“ideologo” Gianfranco Miglio: «Lui e Umberto si incontrarono nel mio studio legale di Gallarate per fare pace dopo che il professore era uscito dalla Lega, e ricordo un colloquio tranquillo. Miglio però non l’aveva presa bene, mi disse che aveva incontrato tre vili, Cefis, Craxi e Bossi, di tutti e tre del resto era stato consigliere politico. Lui cercava invano di trovare regolarità nel mondo magmatico della politica, diede anche consigli economici alla Lega ma fu trattato con sufficienza, Bossi lo buttò fuori perché temeva volesse diventare segretario politico, ma Miglio era solo uno studioso. Umberto vedeva in lui soltanto un utile idiota che dava legittimità culturale al partito, Miglio però aveva capito in anticipo, scrivendone nel “Sole 24Ore”, che la Lega era un fenomeno cui prestare la massima attenzione».
Sul lato oscuro di Umberto Bossi, con la condanna per il caso Belsito, Raimondo Fassa ricorda: «Se avessi sospettato qualcosa lo avrei denunciato alla procura. Certo, allora intorno alla Lega c’era una corte di imprenditori contigui che visibilmente cercavano ricompense, e diventare un partito tradizionale portava con sé anche tutto questo, il PSI di Craxi insegna. Bossi alla fine fu un grandissimo tribuno, che non diventò statista perché schiacciato dalle sue stesse qualità. Non saprei dire se fu l’ultimo politico della Prima Repubblica o il primo della Seconda».
L’ultimo incontro tra Umberto e Raimondo non fu dei migliori: «Lo vidi all’inaugurazione della funicolare del Sacro Monte. Fu molto freddo: “Cosa ti è venuto in mente di lasciare la Lega?”, mi disse soltanto. Gli avevo scritto una lunga lettera, spiegando i miei motivi, ma non ricevetti mai una risposta».