Il primo Baff non si scorda mai, ma neanche il primo film. Quello che ha convinto a coltivare una passiona a fianco del proprio lavoro per condividerla a favore della comunità, prima con un cineforum da record, parecchi anni dopo con il festival del cinema che avrebbe fatto irruzione a Busto Arsizio con star come Francis Ford Coppola. E che partirà, nella sua ventiquattresima edizione, sabato 21 marzo con Abel Ferrara (ma c’è un anticipo questa sera, LEGGI QUI E QUI).
Gabriele Tosi, fondatore e presidente del Baff, si prepara a un’edizione che guarda avanti, sempre più connessa con i giovani, ma che sente anche il dovere e il piacere di guardare al suo passato. Da notare anche la collaborazione con Eventi in Jazz ed entra in scena Baff Memorabilia. Flashforward alla Galleria Boragno.
Ci sarà un bel passato, da esplorare. La prima immagine che si porta dentro?
I Molini Marzoli, con Luciano Emmer che si fermava mezz’ora con i ragazzi rispondendo alle loro domande… Non c’era ancora l’istituto Michelangelo Antonioni.
Subito un’immagine di relazione, non i grandi personaggi sul piedistallo. E anche un po’ di futuro?
Sì. La mostra Baff Memorabilia mostrerà diverse cose di grande spessore. Poche perché per esporre tutto ci vorrebbe piazza Duomo. Ma ad esempio, c’è il manifesto originario de Le Iene in inglese firmato da Quentin Tarantino. O la fotografia di Francis Ford Coppola che ballava nella serata finale quando ci fu il problema tecnico con la diretta: the show must go on e lui si è alzato a far danzare una signora… Una cosa che abbiamo imparato fin dalle prime edizioni, i grandi vedono le soluzioni, gli imbelli vedono i problemi. Un siparietto che a pensare di farlo non sarebbe venuto così!
Un'occasione anche per esprimere riconoscenza?
Certo. A tante persone. Ad Alessandro Munari, fino all’altro anno presidente a lungo del festival, che ha sempre dato un contributo molto rilevante. Sono tanti da ringraziare, ma vorrei ricordare Loris Ongaro, morto travolto da un pirata della strada, quest’ultimo non si fermò e si costituì poi, senza scontare un giorno di galera. Sono da ringraziare il direttore Giulio Sangiorgio, Paolo Castelli, Leo Chierichetti per la parte tecnica, Emilia Carnaghi, Ciro Tomaiuoli, ex studente ora docente, Vanessa e Caterina insostituibili nella segreteria, Liz Belloli per il coordinamento delle scuole e mille altre cose, Sofia Cattaneo. Insomma, gli evergreen e i giovani.
I seminatori, negli anni. E con quali frutti? Busto è diventata più fruitrice, ma anche più"creatrice" di cinema?
Assolutamente sì, quel lavoro che stiamo facendo con Visioni Future sta dando dei frutti, ma soprattutto l’Istituto Antonioni sta sforna ragazzi che lavorano. E con questo ho detto tutto. Chi vuole fare cinema, tv, pubblicità, oggi ha proposte concrete mentre fino a poco tempo fa doveva andare via. C’è anche un sistema lombardo con cui si lavora, un universo internet che sta dando risultati. Oggi c’è un settore dell’audiovisivo che 20 anni fa non c’era.
Com'è cambiato, cresciuto il Baff. E il territorio?
In 24 anni di Baff, dal nostro punto di osservazione, si vede una città, un’area che si sono impoverite. Drammaticamente, a livello economico. Se guardiamo agli sponsor di 20 anni fa ed eravamo all’inizio, i budget dei primi festival, vediamo la differenza: è una conseguenza dell’impoverimento del territorio. Ci sono meno aziende o con meno utili da investire nel territorio.
Come si fa allora?
Si fanno i salti mortali e si catalizzano tante risorse, numericamente tante anche se poi con valore assoluto molto inferiore. Rimane uno sponsor storico, dalla prima edizione, Chimitex.
Questa edizione, in che cosa esprime lo spirito del Baff ma anche quello dei tempi?
Segue il passo dei tempi fin dall’apertura di sabato con un documentario girato in Ucraina durante la guerra, “Turn in the Wound”, con la presenza di un’artista di grande profilo come Patti Smith. L’attualità è quindi presente con la mostra all’Icma sulle guerre dimenticate. La serata di apertura è un po’ l’emblema dell’unione tra attualità e profili artistici, perché Abel Ferrara – che sarà qui di persona – è un grande regista e parlare con lui sarà un evento da non perdere. Ricordiamo che la nostra locandina è ispirata al suo film “Il Cattivo Tenente”, uno dei capolavori della storia del cinema. Poi lui ha avuto questa cinematografia geniale, istrionica, un po’ fuori dalle righe. Magari non è molto conosciuto, ma proprio per questo il festival ha un valore divulgativo. Ha lavorato con attori come Harvey Keitel, Christopher Walken, Chris Penn poi scomparso.
Le masterclass sono un perno di questo festival. Quale messaggio portano?
Sì, c’è questo libro di Matteo Inzaghi sabato sera molto bello, Gianni Canova che presenta il suo su Checco Zalone. L’ultimo libro di Davide Ferrario, uno dei fari della cinematografia piemontese. Ecco, io dico: dateci un attimo di fiducia nel credere che vi portiamo delle persone di grande profilo e che non parlano di cose astruse.
Non è un festival per pochi, insomma?
No, non è un ristretto club, ma un festival. Che deve essere per tutti.
Il Baff è un sogno che è diventato realtà e si è consolidato. Ma Gabriele Tosi ha ancora dei sogni?
Ci sono sempre tante cose che si possono fare. C’è ad esempio un numero di studenti diplomati all’Icma, che comincia a essere massiccio, una community da creare, i cosiddetti Alumni. Ciò può dare molto valore aggiunto a tutto il sistema cinema di cui i ragazzi hanno fatto parte e se vogliono possono farlo ancora. Una frontiera su cui impegnarci. Per lo sviluppo cinematografico, qui è nato uno studio di posa cinematografica, speriamo possa avere un futuro adeguato, Armonia Film. Poi tra i sogni c’è quello di portare a compimento un’opera che sta avanzando: ci abbiamo lavorato a scuola, io sono anche docente. La trasposizione o meglio la libera ispirazione. Nel secondo caso, si prende un’idea in un racconto per farne uno completamente diverso. Può essere un modo per celebrare i grandi autori per cui non si può fare trasposizione. Abbiamo già realizzato due cortometraggi, ce ne mancano alcuni per completare l’opera.
C’è un personaggio che le piace tantissimo e nonostante la corte spietata c’è il rammarico di non aver avuto a Busto?
Non ho fatto una corte estrema, ma sì. Apocalypse Now per me è figlio di tre geni, Coppola, Storaro (da noi tre volte) e indubbiamente Marlon Brando. Mi ero messo sulle tracce di quest’ultimo, ma poi è mancato. Sono contentissimo però della partecipazione di Antonioni: malato e anziano, ha fatto ore di auto per venire qui e ci ha autorizzato a usare il suo nome per la scuola, un ricordo emozionante. Come il ricordo di Peter Fonda e di Carlo Lizzani.
Diversi artisti venuti qui oggi non ci sono più, come Eleonora Giorgi…
Due volte è venuta qui e una delle due donne che mi ha sgridato per essere arrivato in anticipo… dieci minuti prima!
E l’altra?
Faye Dunaway, una professionista assoluta…
Torniamo ancora più indietro nel tempo? Il primo film che ricorda?
Al cinema Oscar, avevo 10 anni. Cesarino Dell'Asta faceva una politica di far entrare i ragazzi grati nella sala. Il film che mi ricordo era "La spia che vide il suo cadavere", con Michael Sarrazin. Poi il mio primo film al cineforum, a Ragioneria, Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. E lì ho detto: il cinema può anche essere un’altra cosa. Nel 1979 organizzai il cineforum all’Oscar, quello italiano con maggior numero di iscritti, oltre mille tessere.
In fondo, tutto è iniziato lì.
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