Ieri... oggi, è già domani - 09 marzo 2026, 07:00

“Te a radìla” - “Devi purgarla”

Chiarisco subito: ho preferito scrivere “devi purgarla”, quale traduzione del Dialetto Bustocco da strada “te a radìla” per un fatto semplice. Scrivere “devi pagarla” potrebbe ingenerare un errore di valutazione, che considero grave. Sembra occorre “pagare” qualcuno per “scagionare la pena”, mentre quel “purgarla” significa proprio il contrario...

Chiarisco subito: ho preferito scrivere "devi purgarla", quale traduzione del Dialetto Bustocco da strada "te a radìla" per un fatto semplice. Scrivere "devi pagarla" potrebbe ingenerare un errore di valutazione, che considero grave. Sembra occorre "pagare" qualcuno per "scagionare la pena", mentre quel "purgarla" significa proprio il contrario: chi è stato colto in fallo (o come si dice oggi, "col dito nella marmellata") deve sopportare le conseguenze, della "certezza della pena".

Detto ciò, il "te a radila" lo si applicava ai lestofanti, agli imbroglioni, ai disonesti. Giusepèn "l'è pizzu" (è acceso - nel senso che "ce l'ha" nei confronti dei furbastri") che millantano la verità e sono inclini a imbrogliare chi agisce in buona fede. Nel novero di chi "na radila" (devono purgarla) si cono i Politici, in primis, (e non faccio nomi, per il fatto che io rispetto sia il pensiero di Giusepèn sia quello di chi la pensa diversamente da lui) "ca in tuci da meti al mùu" (che sono tutti da mettere al muro), espressione usata in tempo di guerra, ma che veniva usata contro i ladri, gli impostori e "chitòi ca ta vendàn lusi par lanternàn" (coloro che ti vendono lucciole per lanterne).

Ai cosiddetti "tempi di Giusepèn", circolavano fra le case, ambulanti di diversa specie: ricordo "ul Giuanèn di mai" (il signor Giovanni Giorgi detto "di mai" che vuol dire, vendeva maglie intime, ma pure mutande, canottiere, pigiami, calze e ogni sorta di indumenti intimi), "ul ruèl" (letteralmente "il Rovello" per il fatto che il fruttivendolo, signor Domenico Volontè, proveniva da Rovello Porro) che vendeva frutta e verdura. C'era poi lo "strascè" (il cenciaiuolo, lo straccivendolo che raccoglieva ferro, alluminio, vetro e pagava una specifica tariffa in denaro. Noi ragazzi, per avere "caicossa in sacogìa" (qualche spicciolo in tasca) circolavamo nel rione, dove esistevano gli angoli-rifiuti e prelevavamo quanto ci occorreva da barattare con lo "strascè". C'era pure "ul latè" (il lattaio) che veniva per casa, "ul mulitta" che chiamava col suo "gne chi, dòn cunt'i curtèi e i fuasetti, ca ghe riò ul mulitta" (venite donne con i coltelli e le forbici che provvedo a renderli efficienti). 

C'era pure "ul furmagiottu" (chi vendeva la formaggella o quei formaggi-molli che vanno mangiati in giornata), per evitare quel che si dice oggi, il "butolino". 

Anche il cosiddetto "anciuiattu" (che deriva da acciuga) che proponeva vari tipi di pesci freschi (così diceva lui), ma pure tonno in scatola, alici sotto sale e qualche prodotto inscatolato). C'era pure "ul mateazè" (il materassaio) che disfaceva i materassi e con un arnese-panca, pettinava la lana- Ecco, un panorama delle "visite a domicilio" e, quando qualcosa "non andava bene" quindi, era criticabile, si commentava con un "làa radila" …. gliela farò pagare, protesterò, "a podu non fagala passò franca" (non posso tacere, non gliela faccio passare liscia). 

C'era poi il famoso detto, usato da "tuci" (tutti, donne e uomini) "i me danè ca gu dèi, in bòn e bona làa essi a marcanzia ca portu in cò" (i miei soldi che ho dato, sono buoni e buona deve essere la merce che porto in casa). Qui, ci sta bene un altro detto (e me lo suggerisce Giusepèn): "chi sa vanta dàa so butìa al gò 'na magra marcanzia" (chi esalta troppo la merce che ha da vendere, possiede una merce scadente). E quel detto è esteso principalmente ai Politici che "esaltano se stessi e il proprio Partito", ma che al Cittadino propongono verità-inaudite, promesse mai mantenute, vigliaccate che servono solo per accaparrarsi i voti. Chiaro che ai ladri, ai lestofanti, a chi circuisce le persone deboli, si appioppa" il "làa radila", deve pagare il male che ha prodotto, per far trionfare, la Giustizia! Esempio tipico che... chi sbaglia , paga, senza alcuna scusante!

Gianluigi Marcora