Scuola - 06 marzo 2026, 19:13

FOTO e VIDEO. Rosaria Costa scuote gli studenti del Verri: «La legalità è una scelta. State lontani dalla strada del male»

La vedova dell'agente Vito Schifani ha incontrato questa mattina i ragazzi dell'istituto superiore di Busto. La preside Cesarano: «La memoria non diventi mai indifferenza, ma impegno civile per il futuro»

Il silenzio irreale di un’Aula Magna gremita e attenta ha fatto da cornice, questa mattina, a una delle pagine più dolorose e al tempo stesso luminose della storia recente italiana. Dalle 10.30 alle 12, l'Istituto Professionale di Stato "Pietro Verri" ha ospitato Rosaria Costa, vedova dell'agente di scorta Vito Schifani, morto a 27 anni nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 insieme ai colleghi Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, e ai magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.

Un incontro (dopo l'incontro con Fiammetta Borsellino), organizzato in questo 2026 per mantenere viva la fiamma della legalità tra le nuove generazioni, che si è aperto con le parole della dirigente scolastica Maria Cristina Cesarano. La preside ha voluto sottolineare come l'attentato di Capaci non sia stato solo un attacco alle istituzioni, ma «un colpo inferto alla coscienza civile di tutti noi».
Rivolgendosi agli studenti, la dirigente ha inquadrato il senso profondo della mattinata: «Da allora Rosaria Costa ha scelto di non rinchiudersi nel silenzio della sofferenza. Ha trasformato il dolore in responsabilità, la memoria in impegno civile. Ha deciso di incontrare i giovani, di entrare nelle scuole, di raccontare la sua storia perché la memoria non diventi mai indifferenza». Un passaggio cruciale, ha ricordato Cesarano, per far comprendere che «parole come legalità, coraggio, giustizia non sono concetti astratti, ma scelte concrete, spesso difficili, che alcune persone hanno pagato con la vita».

Ed è proprio la vita vissuta, cruda e senza sconti, quella che Rosaria Costa ha consegnato alla platea. Con un discorso spontaneo, a tratti rotto dalla commozione ma sempre fiero e trasparente, ha riportato i ragazzi nella Palermo degli anni '80 e '90. Una città descritta come un inferno, dove le sirene suonavano di continuo e lo Stato sembrava impotente o, peggio, colluso. In platea, oltre a studenti e corpo docenti, anche i rappresentanti delle forze dell'ordine bustocche con il tenente colonnello Andrea Poletto e il luogotenente Francesco Caseri dei Carabinieri, il tenente Fabio Simeoni della Guardia di Finanza, l'ispettore Corsini della Polizia di Stato e la dottoressa Natalia Nicolosi in rappresentanza della Casa circondariale di Busto.  

«Il mio obiettivo è quello di farvi ricordare i nomi di Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e degli altri agenti» ha esordito, richiamando l'attenzione su quegli uomini spesso definiti "angeli" ma che in realtà erano padri di famiglia, ragazzi con dei sogni. Ha ricordato il suo Vito, un atleta promettente che correva i 400 metri e che, per mantenere la famiglia, era entrato in Polizia. «Avevamo un bambino di quattro mesi – ha raccontato, ripercorrendo i momenti tragici di quel 23 maggio –. L'ho lasciato in braccio ai nonni e sono corsa per strada, chiedendo aiuto. Fino a quando mi sono trovata all'obitorio».

Inevitabile il passaggio sulle celebri e strazianti parole pronunciate durante i funerali di Stato, quando, giovanissima, si rivolse ai mafiosi dal pulpito. Parole che ancora oggi fanno tremare i polsi. Rosaria Costa, con eleganza, semplicità e spontaneità, conserva lo stesso coraggio di trentatre anni fa e non ha usato mezzi termini per descrivere il clima di quegli anni, puntando il dito non solo contro la manovalanza mafiosa, ma contro i "colletti bianchi" e i traditori all'interno delle istituzioni. «Non c'erano due eserciti, ce n'erano tre. C'erano la mafia, le forze dell'ordine con lo Stato e i traditori, le spie che facevano sì che poliziotti e magistrati venissero uccisi. Sono anche loro ad aver premuto quel maledetto telecomando quel giorno a Capaci». È stata allora, e lo è ancora, un simbolo della gente per bene dei siciliani per bene. 

Un monito severo che si è trasformato in un appello accorato rivolto direttamente ai giovani presenti al Verri. La mafia, ha avvertito, oggi non spara quasi più, ma ha cambiato veste: è in giacca e cravatta, si insinua nell'illegalità quotidiana, nel mondo della droga. «Oggi non è solo una testimonianza, ma un impegno. Scegliete la strada giusta, perché la strada del male, della mafia, prima o poi i conti ve li fa tornare. Non c'è scampo: c'è la morte o c'è il carcere. Siate delle persone per bene, andate a dormire con la coscienza a posto».

La testimonianza si è chiusa invitando i ragazzi a non diffidare delle divise, a riconoscere nelle forze dell'ordine un presidio di protezione e umanità. L'incontro si è concluso con un minuto di raccoglimento per tutte le vittime di mafia, accompagnato dalle note della Fanfara dei Bersaglieri di Lonate Pozzolo, e dalle domande preparate dagli studenti del Verri, a cui Rosaria Costa ha lasciato molto più di una lezione di storia: l'esempio vivo di una donna che, pur avendo visto in faccia il male assoluto, non si è mai arresa.

Giovanni Ferrario