Dici Vender e scorrono come in un film anni indimenticabili per Busto Arsizio. Un decennio tra riscossa, determinazione e delusioni come sempre sa offrire il calcio in una sapiente miscela di vita, ma con due parole chiave: stabilità e identità.
Dici Vender e ti ritrovi in tribuna, ti viene da girarti e cercare lo sguardo dell'indimenticata signora Luciana, accanto a Giovanni. Tifosa presente anche quando si conclude il ciclo della famiglia. Perché tutto passa, ma quando si dà tanto, molto anche resta. Così lo storico patron Roberto Vender torna a Busto Arsizio oggi, venerdì 20 febbraio, per partecipare all'incontro "Voci del silenzio" organizzato per il 107° anniversario della fondazione della Pro Patria dall'associazione Pro Patria Museum a Comunità Giovanile. La conferenza, moderata dal giornalista e scrittore Marco Linari, alle ore 20.30 vedrà anche la presenza di Nicola Binda, giornalista de La Gazzetta dello Sport, Giovanni Cortinovis, giornalista ed ex responsabile del settore marketing della Pro Patria, e Flavio Vergani, giornalista e blogger del sito Pro Patria Clubs e esperto di marketing.
Manca da quasi dieci anni da Busto, Vender, dai festeggiamenti del centenario dei tigrotti. Ancor più dallo Speroni. Il figlio Simone ha 17 anni e un giorno forse lo porterà: gioca nella Macallesi, società milanese guidata da papà Giovanni. Intanto guardano insieme la Pro Patria in televisione.
Perché ha accettato di partecipare a questa serata?
Mi è parsa una serata molto bella. E poi in Comunità Giovanile avvenne uno dei primi incontri che facemmo all'epoca per conoscere la tifoseria. C'era proprio Cortinovis che lavorava con noi alla Pro Patria per la comunicazione. Un'occasione per discutere a 360 gradi con i veri tifosi. Dare indicazioni e portare la mia modesta esperienza maturata in dieci anni di Pro Patria. Noi avevamo cercato di trasmettere una certa identità, vedevamo il vincolo della squadra con la città. Far parlare della Pro Patria sette giorni su sette era fondamentale. Pro Patria Et Libertate... rispecchia una forza di Busto. Io e la mia famiglia siamo riusciti a portare un buon brand, storico, conosciuto. Andava spinto con quello che si poteva spingere. Perché erano altri tempi.
Anche dal punto di vista di mezzi di comunicazione, no?
Certo, allora eravamo agli albori delle tecnologie usate oggi. Siamo stati i primi diciamo a partire con le interviste via web e non c'erano i telefonini di adesso, non esisteva Instagram, forse partiva Facebook. Nel marketing, con il merchandising, eravamo avanti nel nostro piccolo rispetto a squadre più blasonate. Un Natale, mi ricordo che vendemmo più di mille magliette.
I tifosi bustocchi sono stati spesso descritti o vissuti come brontoloni, ma devoti. Burberi, eppure devoti, almeno un tempo. Come ricorda il vostro rapporto?
Avevamo un buon rapporto con tutti i tifosi. Ci potevano essere legami più di affetto, ma di scontro con nessuno. Del resto, i presidenti stessi sono tifosi. E il tifoso deve voler vedere vincere la squadra, i giocatori che si battono... Se i risultati non arrivano, il tifoso si lamenta, può manifestare il disappunto pubblicamente. È il rovescio della medaglia, quando ci sono stagioni molto positive arrivano anche gli apprezzamenti pubblici. Insomma, il tifoso è esigente, ma riconosce l'impegno. Quand'ero più giovane, facevo più fatica a sentire le critiche, sapendo l'impegno che ci mettevamo. Poi cerchi di ascoltarle e capirle, rispondere con i fatti.
In un lasso di tempo così lungo, saranno stati tanti i momenti speciali, di quelli che poi non lasciano mai. Ma ce n'è uno più vivido nei ricordi?
Ce ne sono stati tanti, certo, belle vittorie e anche sconfitte che sono servite per cercare di migliorare. Il primo grande risultato è stato la vittoria dei playoff in casa, ma mi ricordo la vittoria a San Giovanni, la prima partita d'andata 1-0 tornando in macchina con la mia famiglia (il sito Bustocco.it ricorda che c'erano 700 tifosi tigrotti in trasferta, nove pullman più pulmini e auto, ndr). Eravamo piuttosto convinti che fosse il salto di qualità in C1, che avessimo un piede e mezzo nella promozione. Ecco, vedi il tuo sforzo, il progetto vincente che sei riuscito a ottenere per la città, i tifosi, i collaboratori e te stesso. Ci ha dato la forza per continuare otto anni.
Parlavamo del legame con i tifosi. Ma anche con i giocatori, e con il calcio in generale non è finita mai, no?
Già, ci sono stati calciatori che oggi sono allenatori, direttore sportivi, preparatori atletici e ci raccontiamo le esperienze. Poi come famiglia siamo in una società storica milanese, la Macallesi.
Dove iniziò anche Walter Zenga?
E abbiamo anche il calcio femminile. È bello vedere crescere i ragazzi. Al di là del risultato, la scuola dà un'educazione sportiva, con concetti come lo stare in gruppo, le regole, il fallimento. Vediamo i ragazzi contenti e lo siamo anche noi.
Lo sguardo si posa anche su altri campi?
A livello professionistico in questo momento non ci interessa. La nostra epoca l'abbiamo fatta. Busto è rimasta nel cuore e non ci interessa nessun'altra. Siamo sempre a disposizione per aiuto, consigli... Io allora ho avuto la fortuna che mia moglie ha sempre capito, i tifosi hanno apprezzato i nostri sacrifici. Ma c'è un tempo per ogni cosa. Ci ricordiamo tante persone di Busto.
Porterà un giorno suo figlio Simone allo stadio Speroni?
Sì, ma intanto io seguo la Pro Patria in tv, la guardiamo. Anche se i ragazzi adesso hanno un altro rapporto con il calcio.