Sociale - 17 febbraio 2026, 07:58

Il monumento scomparso, ma non dalla storia e dalla memoria: così Busto onorò i suoi caduti

Una sala gremita nella sede della Famiglia Bustocca ha seguito con partecipazione il racconto di Luciana Ruffinelli sui caduti della Prima guerra mondiale. Dal sacrificio di 4.500 soldati alla costruzione del monumento inaugurato nel 1927 in piazza Garibaldi alla presenza di Vittorio Emanuele III. Un’opera poi demolita nel 1942, ma ancora oggi simbolo dell’identità della città

Luciana Ruffinelli con l'immagine del monumento ai caduti demolito nel '42

Grande partecipazione alla Famiglia Bustocca, dove la sala era gremita di soci per l’incontro con la relatrice Luciana Ruffinelli. Una serata intensa e coinvolgente, dedicata a come Busto Arsizio seppe onorare i propri caduti della Prima guerra mondiale e alla storia del monumento che dal 1927 al 1942 dominò il centro di piazza Garibaldi. Con passione e dovizia di particolari, Ruffinelli ha accompagnato il pubblico in un viaggio nella memoria collettiva cittadina, offrendo uno spaccato ricco di curiosità e testimonianze.

Busto Arsizio all’ingresso nella Grande Guerra

All’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Busto Arsizio rispose con grande partecipazione. Furono 4.500 i soldati bustocchi inviati al fronte. La città si organizzò immediatamente attraverso il Comitato di assistenza e volontariato civile, che pubblicò un manifesto per coordinare gli aiuti alle famiglie dei militari.

Gli imprenditori locali offrirono metà degli stipendi alle famiglie dei soldati al fronte, mentre dalla città partivano pacchi con viveri e vestiti. La prima raccolta fondi fruttò ben 400mila lire, cifra destinata alla costruzione di un ospedale civile. A Busto arrivarono circa 400 feriti, ospitati all’ospedale cittadino, mentre complessivamente furono 4mila i militari assistiti. Un ruolo fondamentale fu svolto dalle infermiere volontarie della Croce Rossa.

Il tributo pagato dalla città fu pesante: 332 soldati caddero in battaglia, 150 tornarono invalidi o mutilati.

La memoria dei caduti e il progetto del monumento

Terminata la guerra, maturò il desiderio di lasciare un segno tangibile del sacrificio dei bustocchi. Partì così una raccolta fondi per la costruzione di un monumento ai caduti. “Dal sangue dalla fatica dalle lacrime rifulge la vittoria” era la frase che accompagnava lo spirito dell’iniziativa. Il Comune stilò un elenco ufficiale dei caduti, sottoponendolo alle famiglie per la verifica.

Ruffinelli ha collocato questa vicenda nel contesto di alcuni momenti chiave della storia cittadina: il 4 novembre 1923 venne murata in municipio una lapide con il bollettino della vittoria; il 21 settembre 1924 fu inaugurata l’autostrada Milano-Varese; il 24 ottobre dello stesso anno la nuova stazione vide la presenza di Benito Mussolini, di Galeazzo Ciano e dell’arcivescovo di Milano Eugenio Tosi. Nella primavera del 1925 iniziarono i lavori della chiesa dei Santi Apostoli, edificata sopra una cripta dedicata ai caduti bustocchi.

Il monumento di piazza Garibaldi

Il 21 giugno 1927 fu inaugurato il monumento ai caduti realizzato dallo scultore Orazio Grossoni, alla presenza del re Vittorio Emanuele III. L’opera venne collocata esattamente al centro di piazza Garibaldi e divenne da subito un simbolo identitario. Durante la sua costruzione, la piazza non fu meta di semplice curiosità popolare, ma di un vero e proprio pellegrinaggio reverente.

Il monumento in bronzo rappresentava la Patria affiancata dai soldati combattenti, tra vincitori e feriti, e il popolo impegnato nell’industria bellica; in alto svettava la Vittoria con la scritta “Victoria fulget”. Sul retro era scolpita la figura di una madre, simbolo del dolore per il figlio partito per la guerra.

Un album depositato in biblioteca raccoglieva le immagini e i dati anagrafici di 330 caduti, oltre all’elenco dei mutilati, degli invalidi di guerra e dei decorati al valor militare. “La loro memoria sarà più duratura dell’aria” si leggeva tra le pagine.

Il giorno dell’inaugurazione

Il 21 giugno 1927 fu una giornata memorabile per la città. Alle ore 9 venne celebrata una messa nella basilica di San Giovanni, presieduta da monsignor Borroni. Seguì il corteo delle madri e delle vedove dei caduti, ricevute dal podestà, che consegnò loro un album con le fotografie dei propri cari.

Nel pomeriggio piazza Garibaldi si riempì di cittadini, associazioni e rappresentanze, con la cavalleria e gli stendardi. Alle 16.30 il monumento fu ufficialmente consegnato al Comune per la conservazione. Il re, giunto puntuale dalla nuova autostrada Milano-Varese, fu accolto alla stazione dal podestà e dal ministro Rocco. Tra squilli di fanfara e canti di bambini, il sovrano salì sulla tribuna d’onore e ordinò lo scoprimento del monumento. Più volte si commosse durante la cerimonia. Dopo il saluto sull’attenti, la città proseguì i festeggiamenti con luminarie, banchetti e persino velivoli dell’aeronautica nei cieli. Il re visitò il nuovo ospedale e firmò l’albo d’onore in municipio.

Il Viale delle Rimembranze e la memoria condivisa

Il 6 novembre dello stesso anno venne inaugurato il Viale delle Rimembranze. Ogni albero portava una targhetta con il nome di un caduto. La cerimonia fu solenne: adunata delle associazioni, corteo con vigili urbani, carabinieri, milizie, cooperative, circoli, Croce Rossa, associazioni cattoliche e le madri e vedove di guerra. Dopo la preghiera nella chiesa del cimitero e un minuto di raccoglimento, la commemorazione proseguì con musiche e canti di bambini, l’omaggio alla lapide in municipio e la sosta al monumento di piazza Garibaldi. L’amministrazione pubblicò anche un fascicolo con la cronaca ufficiale dell’inaugurazione.

Dalla demolizione al nuovo monumento

Il monumento rimase in piazza Garibaldi fino al 1942, quando fu demolito per ordine del prefetto e il bronzo venne fuso per essere restituito all’industria bellica. Un destino amaro per un’opera così carica di significato.

Nel 1958 venne inaugurato un nuovo monumento ai caduti, quello che oggi si trova in piazza Trento. Due steli ne caratterizzano la struttura: su una sono richiamati i valori della città di Busto, fede, famiglia e lavoro; sull’altra gli ideali che spingono al sacrificio. Su questo punto Ruffinelli ha espresso qualche riserva interpretativa, suggerendo che quelle incisioni possano rappresentare più propriamente l’identità produttiva della città, legata alla tessitura e alla meccanica.

Una lezione di memoria e identità

La relazione di Luciana Ruffinelli ha conquistato il pubblico per la capacità narrativa e l’intensità emotiva. La sala, attenta e partecipe, ha seguito con interesse ogni passaggio. Attraverso documenti, immagini e aneddoti, la storica ha restituito il senso profondo di una memoria condivisa, ricordando come la storia di un monumento possa raccontare l’anima di un’intera comunità.

Laura Vignati