Iconico: aggettivo inflazionato, usato a sproposito, svuotato. Tornerebbe ad avere senso se lo si utilizzasse quando necessario. Ad esempio per descrivere il binomio costituito dal volto di Audrey Hepburn e dagli occhiali Oliver Goldsmith indossati dall’attrice in “Colazione da Tiffany”. Solo in quel film? Anche in altri tre: ne è convinto il docente e cinefilo bustocco Paolo Castelli. Che ha pure strappato qualche battuta a Claire Goldsmith, oggi Ceo del marchio inglese, al MIDO – Eyewear show di Milano.
Procedendo con ordine. In visita alla fiera internazionale dell’occhialeria, Castelli non ha potuto fare a meno di cedere alla passione per la settima arte. Inevitabile, visti gli innumerevoli modelli entrati nella storia del cinema: l’elenco potrebbe iniziare con i Ray Ban di “The blues brothers” e proseguire con mazzi di titoli. A Claire Goldsmith ha chiesto del lavoro fatto dall'azienda per “Breakfast at Tiffany’s”. E l'amministratrice delegata, depositaria di una storia familiare oltre che produttiva, ha ricordato come l’azienda ricevesse direttamente da Hubert de Givenchy, stilista personale della star, i bozzetti dei costumi e degli abiti. Quello era il punto di partenza per i designer del marchio che studiavano montature ad hoc, appositamente per il film.
Claire Goldsmith intercettata da Paolo Castelli al MIDO - Eyewear show
Se il rapporto tra Oliver Goldsmith Sunglasses e Audrey Hepburn è assodato, riconosciuto e dichiarato per “Colazione da Tiffany” (con il modello Manhattan) in altre pellicole, secondo Castelli, è sfumato. Ma riconoscibile. Non una questione di poco conto, agli occhi indagatori suoi e di tanti studiosi. Perché, ricorda il docente Icma, «…negli anni Sessanta (la pellicola è del ’61, Ndr) il cinema non raccontava solo storie: creava icone. E alcune di queste nascevano da dettagli apparentemente minimi, come un paio di occhiali. Con Audrey Hepburn, Oliver Goldsmith entra nella storia del cinema non come semplice accessorio, ma come linguaggio visivo». Uno snodo, insomma, tra cinema e costume, un messaggio che si insinua negli occhi di chi guarda e diventa (sinonimo di) bellezza. Secondo uno schema che nel tempo sarà replicato un numero incalcolabile di volte.
Tornando all’indagine sul caso “Hepburn-Goldsmith”, Castelli individua altre tre pellicole in cui la star di “Vacanze romane” rinnova il connubio: Sciarada (“Sharade”, 1963, «…qui gli occhiali Oliver Goldsmith accompagnano una femminilità più complessa, lo sguardo si protegge, osserva, si nasconde. L’eyewear diventa eleganza, difesa, consapevolezza, l’accessorio racconta ciò che il personaggio non dice»), “Come rubare un milione e vivere felici" (How to Steal a Million, 1966, «…con gli occhiali che diventano travestimento, ironia, complicità. L’eyewear è strumento di ingegno e libertà») e “Due per la strada” (Two for the Road, 1967, «…gli occhiali accompagnano una donna in strade e viaggi, nel tempo che passa»).
Non una frequentazione fugace, insomma, ma una relazione di lungo corso arrivata, evidente o no, a un pubblico mondiale.
Castelli ha, come inevitabile di questi tempi, interpellato l’Intelligenza artificiale e ottenuto prevedibili prove su "Colazione da Tiffany" ma solo indizi sugli altri tre film. Arrivando a un personale happy end: Chat Gpt ha accolto il contributo sul rapporto Hepburn-Goldsmith, sottolineando il superamento di lacune e un convincente arricchimento delle informazioni sul brand e sulla sua storia.