Le abitudini, le incombenze, i doveri, ciò che si compie quasi senza pensarci sopra, rappresentano "i pendizzi", quasi a significare che dentro gli "usi" e le "abitudini" si compiono azioni ripetitive che hanno una logica e scaturiscono dallo stile di vita individuale che si attua in famiglia.
La spiegazione (tutta in Dialetto) arriva da Giusepèn "ca lu meti giù dua, par caicossa d'impurtanti" (che la mette giù dura, nel senso di offrire una logica spiegazione, per qualcosa di importante) e tira subito in ballo la figlia Maria "chèla lì" (quella - e lo dice in tono confidenziale), "a ogni mumento, làa netasu, làa fo i mistè in co, peu l'à spruzza ul duduranti, par fò senti a cò, netta e giuiusa" (in ogni momento, deve pulire, deve accudire ai mestieri di casa, poi spruzza il deodorante, per far sentire la casa, pulita e gioiosa) - ci scappa nelle parole di Giusepèn, un pizzico di poesia, con quel "gioiosa" che deve sempre prevalere in casa, di fronte a qualsiasi ospite.
Quindi, dentro "i pendizzi" ci sono le abitudini quotidiane. "parlèm non da candu a Maria l'àa meti foa i lanzò e làa cambiò i fudreti" (non discutiamo di quando la Maria deve far prendere aria alle lenzuola e deve cambiare le fodere) - "là pica foa 'n giubilei e te a tasè, sedanon la sa 'rabisi" (fa un can-can enorme e bisogna tacere, altrimenti si arrabbia).
Giusepèn fa emergere nel dialogo, il senso di pulizia che deve vigere in casa, a cui tutti si devono adattare. "Candu i don i druean a brenta e dueàn fregunò par lavò i robi, i pendizzi ean tanti" (quando le donne dovevano utilizzare il mastello e dovevano fregare gli indumenti, per lavarli e pulirli, le cure e le incombenze per la massaia erano tante) e qui Giusepèn riconosce quanto lavoro doveva sobbarcarsi la "donna di casa" che doveva pure accudire i figli sia per quanto riguarda i loro bisogni sia per impartire loro, l'educazione e il "modus vivendi" da tenere in famiglia e fuori casa.
Sui "pendizzi" poi, Giusepèn traccia un paragone che a raccontarlo alle nuove generazioni, fa stupore e scalpore, ma serve per offrire la "misura" del vivere in epoca pre-moderna e attualmente. Si diceva che allora, esisteva una società patriarcale, dove il "regiù" il nonno, comandava e impartiva ogni tipologia di comportamento (ordini compresi), indiscutibili..
Giusepèn ci tiene a dire che "l'è vea dul regiù cal cumandea, ma prima da fòl, al parlea cunt'a dona" (è vero del comportamento del capo-famiglia, ma prima di impartire le disposizioni, l'uomo parlava con la moglie). Il nocciolo della questione, sta qui: Giusepèn lo dice a tutto tondo. La società cosiddetta patriarcale, in realtà, diventava matriarcale, per un fatto semplice: gli uomini, in campagna o in fabbrica, erano fuori casa tutto il giorno. Tornavano a sera e non avevano tanto tempo per seguire la vita domestica; quindi, dovevano appoggiarsi all'operosità della donna di casa (a masèa), la quale aveva modo di governare i figli e le faccende di casa, risolvendo ogni incombenza (i pendizzi) e offrire alla famiglia il comportamento decoroso da tenere in casa e fuori.
Maria (che ha ascoltato tutto) sorride con discrezione. Le va di dire "t'è ustu, po …. cantu lauà l'à fei a moma?" (hai visto, papà, quanto lavoro ha profuso mamma?) e noto gli "occhietti furbi" di Giusepèn che si inumidiscono. Poi, ci incrociamo con lo stesso sorriso, riconoscendo l'opera delle donne di casa e il loro modo di risolvere ogni problema. .Adesso, spazio al Nocino e Giusepèn annuisce!