Lo vedo felice, Giusepèn. Somiglia a un fiore in boccia....così bello dentro le sue rughe....brillante coi suoi occhietti vispi che nascondono l'età, ma fanno luce come un faro nella notte. Mi parla subito. Il saluto risplende come una torcia, quando il buio la fa da padrone e quel fascio di fuoco squarcia il manto nero diventato quasi ossessivo.
Scopro tuttavia, nello sguardo "implorante" una specie di rammarico per i "tròl dì" (troppi giorni) trascorsi senza vederci. Non accampo scuse per farmi perdonare. Gli sussurro appena, che succede di avere incombenze improcrastinabili e di non adempiere a "promesse di cuore" diventate ...buone abitudini. Le sue mani secche e ossute mi stringono le spalle. Gli manifesto la mia ammirazione nel vederlo arzillo come un grillo e pronto ad affrontare il domani senza la paura di fermarsi.
"Bisogna ciapàla ma la egn" dice subito. "Bisogna prenderla come viene" rimarca serio Giusepèn. Si riferisce alla vita. E si vede che gli anni gli cominciano a pesare sul groppone, anche se non vuole darlo a vedere. Sotto il suo cappellaccio c'è la scorza dell'uomo fragile che un tempo era una quercia....forte, disincantato, attivo, pronto a lavorare sodo per ogni evenienza.
Mi mostra, Giusepèn, un tabarro. Forse per vezzo, forse per introdurre un discorso nuovo sulla moda, forse per dialogare da par suo con le "cose antiche", Giusepèn mi illustra nel dettaglio le peculiarità dell'indumento. "L'a scolda mèi dul paltò. A lana l'è guaiarda e 'l tabarru al sta querta fin'ai pè" (Scalda meglio di un cappotto - vista l'assonanza fra "paletot" chiaramente francese e il "paltò" Bustocco, chiaramente importato dai nostri padri Liguri?). (La lana è pesante, compatta e il tabarro ti tiene caldo sino ai piedi). Giusepèn mi mostra il suo "ciapèn da tera" che letteralmente fa "pezzetto di terra" quindi, non proprio un'aiuola, ma una vastità ristretta del terreno, "sumenò e cal cumencia a fiurì" (seminato e che comincia a fiorire, germogliare) e sembra volere accompagnare con lo sguardo ogni ciuffo d'erba che ha iniziato la crescita. Mi parla dei fiori, Giusepèn e inanella ricordi ancestrali che spaziano dalla sua gioventù alla mia, poi se la ride quando esprime un concetto .....lapalissiano che ci fa sorridere. "Te me ciapi pù" sentenzia. E si riferisce all'età. "Non mi raggiungi più", un modo di dire che stabilisce sempre il rapporto dell'età che rimane sempre lo stesso, ma (rimarca Giusepèn) "candu mèn gheu quarant'an e ti venti, seam du oman forti .....mo a quasi nuantacenchi e ti a quasi settantacenchi, mèn sunt'un po' 'n semulina e ti s'è guaiardu".....questa poi, gli dico dopo una risata allegra...."s'a se dre dì, Giusepèn....i an i passan par tuci". (Quando avevo quarant'anni e tu, venti, eravamo due uomini in forze.... adesso, a quasi novantacinque anni e tu a quasi settantacinque, io sono un po' un semolino e su sei gagliardo, in forze). La risposta è nel mio "cosa vai dicendo.....gli anni passano (trascorrono) per tutti".
Il velo di melanconia nello sguardo di Giusepèn mi fa comprendere che l'uomo vuole essere capito sino in fondo, quasi coccolato..... e lo accerto quando mi mette sotto il naso l'evidenza: "ti, te s'è un nonu....a me Maria l'a se spusàa non e men ...(gli viene il magone....quanta tenerezza, lo abbraccio). "Tu sei un nonno....la mia Maria (sua figlia) non si è sposata e io...." ecco cosa manca a Giusepèn: la voglia, il desiderio, l'aspirazione, di essere un nonno. Lo vedo fragile, ora Giusepèn dietro a quella scorza di uomo serio e volitivo e il mio abbraccio è per lui un toccasana. Poi prorompe in un "t'è se chi ti" e deglutisce (ci sei tu) e per me accampa un "impegno" da non trascurare: quello di fargli visita più spesso...."i vegi in teme i fieui ....i vàn tenui dacontu" (i vecchi sono come i bambini...vanno tenuti cari) ...."un dì o l'oltar..." (un giorno o l'altro ....).... Giusepèn l'è ua da bei ....(è ora di bere) e gli mostro la bottiglia "nuova di pacca" del Nocino per ....inebriare anche i pensieri. "san furmentu" fa lui, che letteralmente è "santo frumento", ma è solo una storpiatura di "Sacramento" per non essere banale e nemmeno blasfemo.